• Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Vista dell'installazione. Dimora Artica Milano
  • Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Vista dell'installazione. Dimora Artica Milano
  • Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Particolare dell'installazione. Dimora Artica Milano
  • Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Vista dell'installazione. Dimora Artica Milano
  • Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Particolare dell'installazione. Dimora Artica Milano
  • Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Particolare dell'installazione. Dimora Artica Milano
  • Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Vista dell'installazione. Dimora Artica Milano

Testo di Costanza Sartoris

Dalle frecce di Cupido nessuno si salva. Nella storia della letteratura, così come nella storia dell’arte, l’amore è sempre quella forza inspiegabile che porta l’uomo ad agire in modo estremo fino a perdere il lume della ragione. Celebre è la storia di Orlando, diventato pazzo per amore e costretto a recuperare il suo senno sulla luna; così come il dipinto Amor vincit omnia di Caravaggio, dove Cupido, con sguardo ironico e sprezzante, si appoggia beffardo sopra le rappresentazioni simboliche delle arti liberali, quelle legate alla ragione, rendendole così inutilizzabili.

La mostra di Giovanni Copelli, curata da Simona Squatrito e visitabile fino al 5 novembre presso Dimora Artica, indaga proprio l’idea secondo cui L’amore vince tutto. L’artista aveva già iniziato a lavorare su questa tematica con la piccola esposizione presso Una Vetrina della galleria romana Operativa Arte Contemporanea, in cui aveva esposto il suo Eros Capitoloino: un lupo blu dalle fattezze umane che siede e osserva il mondo che lo circonda, come dopo una pausa durante un combattimento sul ring, con alle spalle uno stendardo lacerato che recita “AMORE VINCE TT”.
Giovanni Copelli, nella mostra a Dimora Artica, sembra sciogliere in termini visivi e ambientali lo stendardo a brandelli del precedente Eros Capitolino, permettendoci di entrare in un luogo altro dove la rappresentazione astratta ed esoterica della dinamica amorosa prende vita in uno strano bricolage estetico.
Appropriandosi di immaginari mitici di diverse culture ed epoche, l’artista invita lo spettatore ad entrare in un contemporaneo tempio dedicato a Eros, il dio dell’amore. Tre fontane plasmano e catalizzano lo spazio con i loro rumori e gorgoglii, mentre frammenti di un mosaico giacciono sparsi sul pavimento.
Le tre fontane presentano dei forti tratti simbolici ed esoterici, dove richiami rinascimentali, indù e alchemici si intrecciano in una narrativa estetizzante più ampia, legata al tema del disincantamento.
La fontana femminile sembra nascere in una grotta, ai cui piedi un cuore luminoso pompa sangue producendo vino, che sgorga dai seni di una Venere mollemente distesa. Da questo angolo dionisiaco, il liquido refluisce nella fontana maschile, rappresentata come un Linga – una forma fallica eretta attribuita dalla cultura indù al dio Shiva – sotto forma di acqua, elemento primo di vita. Infine, si passa alla terza fontana, quella generatrice e propriamente alchemica, che contiene in sé l’essenza della vita e della morte. Nella parte superiore, putrefactio, una vanitas nera pompa il liquido mortifero nella parte inferiore, dove la luminosa solutio perfecta, simbolo della vita, si rimescola tornando alla fontana femminile, permettendo la chiusura del cerchio. Nella solutio perfecta, una coppia di amanti che copula è inserita nel liquido e sembra essere motore, assieme al cuore che batte, di questa meccanica dell’amore.
Osservando l’installazione, può sembrare che essa veicoli una narrativa apparentemente didascalica e dai tratti logici, tradita però dalla presenza delle false rovine del mosaico. Difatti, questi frammenti di polistirolo su cui sono applicati ciottoli fluviali rappresentanti una battaglia, ci riportano a una condizione di disincantamento, dove la favola ci appare per ciò che è.
La necessità di spiegare fatti inspiegabili è, infatti, ciò che ha spinto l’umanità agli albori della sua esistenza a creare cosmogonie, mitologie e favole. È solo grazie a qualcosa che trascende il conosciuto che l’inspiegabile può assumere significato; pertanto, è solo la magia che può renderlo comprensibile.
Il lavoro di Giovanni Copelli insiste proprio su come questa necessità magica e favolistica sia un’esigenza tuttora valida, nonostante il mondo contemporaneo viva assoggettato alle leggi della fisica e della ragione. La necessità dell’irrazionale a scapito del razionale è ciò che ancora salva la nostra umanità dalla prevedibilità del discorso logico. Ecco perché serve ricordare che “all’inizio era la favola”, come ricorda la curatrice Simona Squatrito nel suo testo critico citando le parole di Paul Valéry. Serve non dimenticare le nostre radici primordiali e animali, per sopravvivere a noi stessi e al nostro disincantamento, o distacco, da ciò che realmente siamo: esseri in cerca di risposte e amanti delle favole.

Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Vista dell'installazione. Dimora Artica Milano

Giovanni Copelli, L’amore vince tutto. Vista dell’installazione. Dimora Artica Milano

Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Particolare dell'installazione durante l'allestimento. Fotografia Costanza Sartoris

Giovanni Copelli, L’amore vince tutto. Particolare dell’installazione durante l’allestimento. Fotografia Costanza Sartoris

Giovanni Copelli, L'amore vince tutto. Particolare dell'installazione durante l'allestimento. Fotografia Costanza Sartoris

Giovanni Copelli, L’amore vince tutto. Particolare dell’installazione durante l’allestimento. Fotografia Costanza Sartoris