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Piccola, interessante, attualissima mostra di Alik Cavaliere da Brown.

Sottolineo:  
- la minuzia e analiticità degli schizzi preparatori per sculture di ramoscelli (perché “la scultura presa in sé non esiste”)
- la coerenza della scelta dell’autore con il programma dello spazio
- l’attualità del lavoro di Alik Cavaliere (o per converso il dejavù di alcune ricerche attuali, potrebbe dire qualcuno)
- l’attualità, rispetto al momento politico/sociale/economico in cui viviamo, della scelta di aprire un taccuino sull’incipit del 34° canto dell'”Orlando Furioso” (e la magia della narrazione visiva che scaturisce dall’interpretazione di un poema per tanti versi un po’ palloso…)

Oh fameliche, inique e fiere arpie
ch’all’accecata Italia e d’error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch’una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fôra.

Troppo fallò chi le spelonche aperse,
che già molt’anni erano state chiuse;
onde il fetore e l’ingordigia emerse,
ch’ad ammorbare Italia si diffuse.


Andrea Balestrero
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Nella sua lunga carriera di scultore e di studioso, Alik Cavaliere (Roma 1926, Milano 1998) ha lavorato su progetti lunghi e articolati, racconti e narrazioni sempre ispirati dalla letteratura, anche filosofica, e dal teatro. In parallelo al fatto scultoreo, è sempre esistito, per l’artista, un mondo sommerso di studio e lavorio che dava origine all’opera. “La scultura presa in sé non esiste” – scriveva appunto Cavaliere in uno dei numerosi taccuini in cui annotava costantemente i suoi pensieri – poiché è sempre il risultato di un processo creativo.