Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro 2016

Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro 2016

“Chiamati alla veglia, trattennero il respiro.
Due orecchini. Due pendoli.
Sono carichi sospesi. Custodi della gravità.
Vegliano sulle teste e sui flussi di pensieri che transitano lì, appena sotto”.

Alberto Tadiello, 2016

I primi di novembre è stata inaugurata – nella corte di Povo 1 al Polo scientifico e tecnologico Fabio Ferrari di Trento – l’opera d’arte “Chiamati alla veglia, trattennero il respiro” realizzata da Alberto Tadiello a partire dalla macchina dismessa di Scotoni.
Il progetto “Acceleratore” nasce dal desiderio del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento di omaggiare un acceleratore ionico di particelle ormai in pensione. L’idea di lanciare un bando per la selezione di un’opera d’arte si è concretizzata nella collaborazione con il Mart che ha messo a disposizione le sue competenze e la sua rete. Dopo una fase di preselezione e, successivamente, di approfondimento delle proposte, Alberto Tadiello ha ottenuto l’incarico per un’opera d’arte permanente da installarsi negli spazi della Facoltà di Scienze.

In occasione dell’inaugurazione Denis Isaia, co-curatore del progetto con Elisabetta Rossi, ha intervistato Alberto Tadiello.

Denis Isaia: Alberto, intanto complimenti, installare un’opera d’arte permanente credo debba essere motivo di particolare soddisfazione. Vorrei iniziare proprio da qua. Come hai approcciato la condizione permanente richiesta dal progetto?

Alberto Tadiello: La vocazione alla permanenza è stata pensata esattamente come se non fosse tale. Al centro dell’installazione c’è un’evidente incombenza. Incombenza sopra le teste dei passanti. A pochi metri da terra. Sovrasta in modo greve. Eppure è un’incombenza che sembra non aver assolutamente a che fare con il permanere. È piuttosto un gravare momentaneo, catturato in uno stato di temporaneità, in una sottile incertezza. Non c’è agio. C’è qualcosa di fortemente instabile.
Il lavoro punta alla freschezza di qualcosa che è ancorato provvisoriamente, fissato in modo quasi transitorio. Penso allo stare di una gru in un cantiere, al suo bilanciamento, al suo essere giustapposta, allestita e pensata per il tempo necessario al suo utilizzo.
Da un punto di vista tecnico questa temporalità precaria viene invece ribaltata.
La necessità profilatasi da subito – in risposta alla richiesta del bando di avere un’opera permanente all’interno della Facoltà di Fisica – è stata quella di arrivare ad una manifattura in grado di restare esposta all’esterno per un tempo indefinito e sia i materiali usati che cercati all’interno del laboratorio della Facoltà dovevano riuscire a reggere questa esigenza senza cedimenti. Anche nel rapportarmi alle componenti dell’acceleratore ho dovuto quindi fare attenzione a scegliere quelle che potevano avere una sicura durabilità.

DI: Mi sembra che sul ripristino di un senso corretto di opera pubblica ci sia da lavorare. Gli anni Novanta dal mio punto di vista hanno covato un decadimento dell’arte pubblica. Purtroppo alla fascinazione per pratiche sociali o fluide parte degli artisti hanno fatto seguire un’infilata di rotonde non commentabili. Tu che sei nato negli Ottanta, a quale scultura hai guardato?

AT: Forse per una banale antipatia a pelle, credo di non essermi mai interessato in modo puntuale alle esperienze legate all’arte pubblica. Prima di guardare al rapporto tra opera d’arte e contesto pubblico, mi viene da guardare in modo scisso a opera e contesto come fossero due nuclei indipendenti. Penso che sia la loro autonomia, così difficile da gestire, a rendere incredibile la loro forza di relazione.
Premesso questo, ho guardato tantissime cose… è quasi sterile farti una lista… potrei dirti di aver considerato il senso di monumentalità di Richard Serra, la particolare disposizione all’espugnabile/inespugnabile dei ragni di Louise Bourgeois, la ricerca di Thomas Schutte, alcuni allestimenti di Philippe Parreno.
Mi sono fermato su miniature medievali, su ornamenti e monili d’arte insulare. Ho guardato ancora una volta alla natura, all’inclinazione scultorea che rivela nelle piante rampicati, negli alveari. Ho ficcato i pensieri dentro un formicaio, attorno al bozzolo che i ragni intessono intorno alla propria preda. Ho letto la gravità nelle colate di resina sui tronchi dei larici, ho spiato i pipistrelli appesi nelle grotte. Ho curiosato tra prototipi di orologi ad acqua, oggetti e strumenti da laboratorio meteorologico, pendolini da illusionista, gioielli, lampadari, sistemi di paranchi navali, carroponti.
È sempre un lavorio onnivoro e vorace, una raccolta di riferimenti e appunti.
Non ultimo, ho studiato l’acceleratore, i punti nevralgici, le parti in cui è stato smembrato, l’anatomia complessiva e i singoli pezzi, la meccanica che dirigeva tutto il laboratorio.

DI: Parlaci dell’opera, come si presenta, da dove proviene il titolo, qual è stato il punto di svolta progettuale che l’ha successivamente condotta…

AT: Provo ad andare per punti. La slide che introduceva il progetto presentato durante la fase finale del concorso, è uno scatto di Juri Chechi agli anelli. È stata un’immagine importante per me.
Sicuramente la conoscerai. Fa parte di un bagaglio di immagini che credo sia entrato volente o nolente nel cassetto mentale di una generazione. È il ritratto di una complessione ineccepibile, che respira un certo senso e sentimento di misura. Si vede tutta la concentrazione, il controllo, l’eleganza del gesto. Juri Chechi si contorce, solo. Si gonfia, si avvita, si annoda, si aggancia a se stesso, si espone al vuoto sottostante e allo sguardo. In una parola sola: pende.
Questo frame è stato un punto di svolta, un passo a lato. Da un certo punto di vista potrei azzardare dicendo che è nuovamente un riferimento scultoreo.
Il lavoro si compone di un totem di isolatori in ceramica, pezzi che fisicamente appartenevano all’acceleratore ionico, bloccati all’interno di una struttura di profilati e piatti d’acciaio imbullonati e saldati tra loro, agganciati a loro volta a catene e apposite pinze usate per la movimentazione delle putrelle nella carpenteria pesante.
Gli isolatori sono stati semplicemente sormontati, impilati, come nel gioco dei lego, rigirandoli fino a trovare una semplice possibilità di assemblaggio e di incastro.
Ogni singolo dettaglio è stato studiato e accordato con un architetto e un ingegnere. Le componenti metalliche della gabbia sono state disegnate ad hoc e parte della realizzazione è stata affidata ad un fabbro e a un laboratorio specializzato nel taglio a idrogetto dell’acciaio.
Fin dal primo sopralluogo il lavoro ha trovato collocazione nel porticato d’ingresso, al riparo della poderosa struttura metallica che conduce all’edificio principale. È stata la struttura stessa a suggerire una relazione di cromie e materiali.
Sono sculture spigolose che nascono sotto un segno privativo e funzionale. La loro estetica è un farsi di catene, bulloni, ganci, piastre metalliche, morse, golfari, funi d’acciaio. Parlano la stessa lingua di un cantiere. Hanno una singolare negatività, approssimano come due pendoli o fili a piombo. Disegnano vettori di gravità, custodiscono una costante trazione, rimandano a tensioni elettriche, ad alti voltaggi. Si dichiarano e si mostrano, appropriandosi dello spazio.
Il titolo è una narrazione. Chiamati alla veglia, trattennero il respiro.

Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro - Allestimento

Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro – Allestimento

DI: Qualche riga più sotto proverò ad abbozzare delle tracce genetiche più nobili, ma fuor di polemica e ragionando con la testa aperta mi permetto una provocazione. Credo che qualcosa della scena kitsch e pseudo-pop delle rotonde sia passato anche nella cultura che ha una propensione più sofisticata. Possiamo tralasciare subito l’argomento e tornare alla storia dell’arte, eppure sovente la storia della cultura aiuta la comprensione di un oggetto complesso come quello che hai presentato. È indubbio che il paesaggio in cui ci muoviamo ci formi. A questo proposito, come ti sei relazionato con l’edificio, che tipo di paesaggio credi l’opera generi?

AT: L’entrata dell’edificio dell’università ha una frontalità molto chiara ed impostata: una sorta di navata incontra perpendicolarmente il blocco architettonico centrale e lo mette in collegamento alla strada. Lì transitano studenti e personale, appena di fianco si trovano mensa, biblioteca e sale studio. è un luogo di smistamento, un incrocio di flussi, uno snodo. Vi si accede scendendo una scalinata, e il lavoro tiene conto di questa particolare condizione prospettica.
L’intervento ricalca e sfrutta l’inquadramento visivo preesistente, la ridondanza di linee che conducono con naturalezza lo sguardo. Cerca di calamitare e deflagrare il contesto.
Mi piace pensare che apra al paesaggio o che in qualche modo lo sia.
Sono due orecchini che decorano un volto.

DI: Chiamati alla veglia, trattennero il respiro prende forma su una citazione materiale dell’Acceleratore. Nel risultato finale l’acceleratore sembra essere contenuto, protetto nelle sue potenzialità. Come dichiari “trattiene il respiro” e abita uno stato di mezzo, non ancora simbolo, non ancora strumento. Ciò che più emerge non è l’omaggio, qualcuno potrebbe dire il cadavere, ma la risonanza. Da questo punto di vista è letteralmente una sospensione….

AT: Risonanza mi piace! È un eco, un riverbero, un feedback.
Sono due elementi uguali, che esistono gemelli, entrano in vibrazione riflettendosi uno nell’altro, rivolti all’ingiù. La duplicità permette alla struttura di reggersi su se stessa a livello visivo, di sostenersi in un parallelismo, sotto il segno di un’equivalenza di pesi, di energie, di leve e resistenze.
Mimano le polarità di un campo magnetico, le estremità di un’induzione elettrica.
Non c’è ingombro fisico, pendono sopra le teste, vivono uno spazio contrario, alto, libero.
Penso nuovamente a quella sospensione agli anelli: è un attimo di apnea dove gli arti e il torace si incontrano in un incanto di ortogonalità e rigore.

DI: Nell’opera vedo una radice scultorea italiana. Mi rendo conto che di questi tempi potrebbe suonare come un’offesa o una affermazione passatista. In effetti è proprio quello il punto. Mi prendo la libertà di qualche riga in più per introdurre il concetto, ma penso che l’opera che proponi sia importante e meriti dello spazio. Dunque a me pare evidente che il pensiero che va per la maggiore oggi in arte sia di matrice anglosassone. L’opera viene spesso piegata alle sue ragioni comunicative, progettuali. Ne deriva una certa trascuratezza dell’autonomia linguistica dell’oggetto o, per converso, uno studio sterile della pura forma. Invece mi sembra che tu abbia optato per un oggetto che trova in sé e in sé solo le sue ragioni e le sue potenzialità espressive, riconnettendoti, per l’appunto alla scuola dell’etica autonoma della forma, su cui l’arte italiana ha costruito la sua identità. Tutto ciò tradotto nel nostro discorso dona autonomia all’oggetto. Credo che un lavoro come Chiamati alla veglia, trattennero il respiro tarderà a diventare testimonianza di qualcosa (un periodo, un pensiero) o, altrettanto banalmente, di se stesso, ma continuerà a produrre significato.

AT: Mi piace pensare che l’autonomia di cui parli sia correlata all’irriducibilità. La potenza di un pensiero artistico si fissa anche lì. Credo che un lavoro non possa esimersi dalla responsabilità di continuare a produrre significato, di aprirsi ad un periodo, ad un pensiero.
È anche la perenne temporaneità della sospensione a collocare l’installazione in un presente perpetrante. C’è tutta la disponibilità da parte del lavoro di continuare a mostrarsi e a darsi a vedere.

DI: Credo l’opera abbia una dotazione ironica. Mi riferisco alla sigillatura di un’ipotesi di colonna infinita in due pendoli, alla propensione da parte della scultura alla risposta al vento (quasi al movimento). Lì vedo la libertà della migliore scultura italiana del dopoguerra, l’abbandono di una mistica della materia, il lascito di Boetti, le cataste, la fontana, la pallacorda o la ricerca sullo spazio in senso lato di Eliseo Mattiacci. Dal mio punto di vista è una sorta di liberazione dal giogo del puro volume. Credo i pendoli mettano in moto l’edificio, l’evocazione di due orecchini suggerisca un elemento di figurazione che riverbera sull’immaginario dell’architettura. Da oggi mi aspetto che lo stabile smetta di parlare e si alzi e si metta a camminare.

AT: Vorrei che qualcosa lì non potesse non essere.
Un impercettibile tremito, un istante di apnea, una intima esteriorità.

CS — L’acceleratore rinasce e collega arte e scienza, Alberto Tadiello

Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro 2016

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Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro 2016 - Studio Progetto

Alberto Tadiello, Chiamati alla veglia, trattennero il respiro 2016 – Studio Progetto

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