Cosa ti ha insegnato di fondamentale Alberto Garutti? Seconda parte

  Deborah Ligorio 

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Mi ha insegnato ad “aggiustare il tiro”. Non so se usa ancora questo modo di dire con gli studenti. Alberto Garutti è stato una chiave di volta, mi ha spronato a ragionare, demolire, analizzare, sostenere e criticare il lavoro. Immagino comunque che il clima di allora fosse diverso da oggi. Eravamo anocora a Bologna, Garutti non era conosciuto e non avevamo aspettative precise. Le sue lezioni erano decisamente una sfida: stimolanti e impegnative, tanto che dal numeroso gruppo iniziale d’iscritti anche per caso, dopo poche settimane, nella classe dimezzata rimanevano solo quelli assolutamente motivati. Poi Garutti ebbe il trasferimento a Milano, e in un gruppo di affiatatissimi, eravamo una decina, ci spostammo in massa a Milano dove peraltro la scena artistica era comunque decisamente piu interessante. La classe non era un laboratorio ma un luogo di discussione e uno pazio espositivo, dove a turno mostravamo il lavoro e ne discutevamo.

Penso che, grazie anche al fatto che l’insegnamento fosse basato sull’instaurare una critica attorno al lavoro di ognuno di noi, qualunque esso fosse; Garutti sia riuscito a non creare discepoli o cloni di se stesso come spesso capita a molti bravi artisti che insegnano. Anche se poi ovviamente c’erano anche trend comuni. Sono curiosa di osservare l’eterogeneità degli approcci nella mostra “Fuoriclasse”. Quando mi iscrissi al suo corso probabilmente pensai: finalmente un corso dove l’arte è viva e contemporanea; e anche gli artisti possono essere ancora vivi! esisteva un contesto con il quale confrontarsi, concreto e tangibile. Nulla di poi così sensazionale, ma per quel che riguardava l’accademia italiana al tempo era qualcosa di raro. Penso però che la cosa piu straordinaria di Alberto era ed è la sua capacità di tirar fuori la tenacia, svincolare le ingenuità e riuscire a stimolare le persone piu diverse. E per quel che ne so, personalmente non devo essere stata un caso semplice.

Chiara Luraghi

Ci sono infiniti modi per restare in piedi dopo un violento scossone: Alberto mi ha insegnato a cadere e per questo lo ringrazio.

Beatrice Marchi

 Il primo anno d’accademia portavo l’apparecchio. Non sapevo bene dove andare ma cercavo persone più intelligenti di me (o almeno come me). In accademia, si capisce anche se hai l’apparecchio, è faticoso trovare persone senza filtri. Quando entravo nell’aula di Alberto Garutti tremavo. La classe di quelli più grandi di me, in cui c’era Lupo, Marco Basta, Petrit, Gaia, Patrizio, Riccardo, Alice, Crasti, Manuel, Marco, Luca, Eugenio, Fiammetta, Cleo, Matteo, Emiliana era un gruppo già solido e i pensieri che sparavano a lezione erano crudi, duri, ricchi di riferimenti, cose da pazzi. Io volevo essere loro amica – è stata dura ma ce l’ho fatta. Insomma in tutto ciò, il boss, Alberto, con il suo cappotto, entrava dopo tutti e si siedeva. La lezione iniziava intorno a delle opere installate che qualche poveretto voleva mostrare per sapere se era un “Buon lavoro” oppure no. Alberto faceva domande in continuazione, di tipo tecnico, teorico ma anche psicologico “Perchè porti quegli occhiali lì?”. Quando la classe interveniva, al poveretto tremavano le gambe perchè era il momento in cui il suo pubblico decideva chiaramente e senza mezzi termini se la sua ricerca era interessante e autentica oppure una frana. La prima volta che ho parlato ad Alberto Garutti non sapevo bene che tono usare e come guardarlo. Lui, attentissimo, ha la capacità di analizzare perfettamente la persona che ha davanti e quindi, come poche persone hanno fatto nella mia vita, mi ha parlato chiaramente dei miei difetti, le mie insicurezze, ma anche delle mie forze.

Il secondo e il terzo anno di accademia, ormai ero passata dalla parte del gruppo dei grandi, per cui quando sono arrivati i “piccolini” del primo anno li volevo distruggere – ihihihih. C’era Derek, Anna, Matteo, Francesco, Francesco e Dario che si somigliavano un sacco, poi Davide. Con il tempo diventavo la “Beatrice” che Alberto chiamava per chiedere un commento spontaneo sul lavoro del solito poveretto. Io dicevo “Non so… boh…” oppure “Ma scusa perchè hai messo sta cornice?”. Forse qualcuno mi odiava, ma non ero cattiva, dicevo, e dico tutt’ora, quello che mi passa per la testa, anche le cazzate. Beh, non ho parlato di quando ero io la poveretta a mostrare il lavoro. Il giorno della messa in scena era un giorno importante. Per giorni e settimane prima ci si preparava, si valutava il proprio lavoro secondo tutti i parametri che sarebbero stati analizzati. Si cercava di arrivare con un “buon lavoro”. Ma non era facile. Per la classe di Garutti il livello a cui dovevamo puntare era quello dei grandi musei, delle grandi manifestazione d’arte internazionale. Non ci si poteva accontentare di un qualcosa di carino e accettabile. Quindi arrivavo la mattina presto, installavo il lavoro e aspettavo di essere sottoposta al giudizio. Che paura! Quindi, solita procedura, domande a catena, e io dovevo difendere ciò che avevo portato. Quindi mi rendevo conto in quel momento se ci credevo oppure no. Erano situazioni importanti. Beh comunque i giudizi e le critiche non li posso scrivere rimangono top secret. Il fatto è che sono passati alcuni anni, non molti, e pensa te il mondo com’è piccolo, adesso divido la casa in cui vivo con alcuni ex studenti della classe di Garutti: Alessandro, Davide e Anna. La realtà è che durante gli anni di accademia non ci siamo mai parlati. Ci siamo conosciuti due anni dopo e li ho trovati troppo simpatici, belli e fondamentali. 

Marco Mucci

Il primo giorno nell’aula uno Albert mi dice: ‘’Alla mia età scoppi’’. Dopo tre anni sono dimagrito di 23 kg.  Cià Albè!

Marco Mucci & Mario Pellegrini – Un punto al di qua e un punto al di là dell’orizzonte.

Mario Pellegrini

Palline da tennis, frisbee colorati e palloni gonfiabili di ogni forma e dimensione dividevano me dal mare, che altro non era che un colore di fondo in quel momento . 
Era il primo giorno in spiaggia , ne restavano tredici ancora, ma ciò che cercavo ora era di assistere all’incontro in aria di due  fra quegli oggetti. Devi trovarti nel posto giusto al momento giusto, ma questo non dipende da te . Il tredicesimo giorno i miei amici si domandavano perché stessi sorridendo ed io risposi di aver vinto una scommessa. Ho pensato ad Alberto.

  Diego Perrone

  Paola Pivi

L’esperienza di aver assistito ad un grande atto di generosita’.

Matteo Pomati

Sforzarsi di fare anche ciò che non piace.

  Riccardo Previdi

Garutti è in parte responsabile del mio espatrio. Se dal 2001 vivo a Berlino lo devo anche a lui. Durante le sue lezioni, ci ha sempre spronato a confrontarci con il sistema internazionale dell’arte.

Una cosa che oggi, con il proliferare di biennali, blogs, magazine, compagnie aeree no-frills e quant’altro può sembrare scontata.Ma all’Accademia di Brera, nella Milano degli anni 90, non lo era affatto! Ora che quasi tutto è livellato dalla globalizzazione può sembrare irrilevante, per molti versi controproducente, ma ‘i rischi’ a cui eravamo esposti noi erano altri. Primo tra tutti quello di isolarsi, accontentandosi delle false promesse fatte da un sistema autoreferenziale e di provincia. Una cosa è certa però, se tanti di noi non si sono accontentati di quello che ‘passava il convento’,  è anche merito di Alberto.

Francesco Joao Scavarda 

Davide Stucchi 

Ciao Elena, in contemporanea alla mostra Fuoriclasse alla GAM e a quella del nostro “boss” al PAC, la  città si è animata di altri “fuoriclasse”, con un “boss” altrettanto iconico e discusso. Eccolo con le sue dieci regole. 

Regola numero 1, il successo è sacrificio, emergere è difficilissimo, devi lavorare duro, devi essere pronto a masticare il filo spinato.  Regola numero 2, non devi arrenderti, quando nella tua vita succede qualcosa che non è positiva e hai la forza di capovolgerla, allora sei un grande.  Regola numero 3, devi provare qualcosa a te stesso non agli altri, io sono partito dal gradino più basso e ancora oggi sono: ambizioso, arrabbiato, affamato.  Devi essere un buon coach, devi saper gestire gli altri: motivandoli, aiutandoli, rendendoli fedeli.  Regola numero 5, sul lavoro non ci si diverte, per me il lavoro è una cosa molto seria, se ti stai divertendo, probabilmente non stai lavorando bene.  Non preoccuparti di ciò che dicono di te: il successo è la miglior vendetta.  Regola numero 7: ricordatevi che il business non dorme mai.  Non devi sottovalutarmi mai e non devi sopravvalutarti mai e sopratutto non pensare di essere insostituibile.  Il libro delle scuse con me ha poche pagine.    Se sei arrogante sei fuori. Se sei un cretino sei fuori. Se fai troppa teoria sei fuori.  Regola numero 10, il boss ha sempre ragione, anche quando ha torto.   

Riassumendo:

Regola numero 1: mastica filo spinato.

Regola numero 2: non devi arrenderti.  

Regola numero 3: devi avere fame.  

Regola numero 4: tu sei il coach del team.  

Regola numero 5: il lavoro è una cosa seria.  

Regola numero 6: il successo è la miglior vendetta.  

Regola numero 7: il business non dorme mai.  

Regola numero 8: non devi sottovalutarmi mai.  

Regola numero 9: niente scuse mai.  

Regola numero 10: il boss ha sempre ragione.  

Il “boss” a cui alludo è Flavio Briatore, i “fuoriclasse” invece sono i suoi apprendisti e tutto questo è The Apprentice Italia, nuovo talent show “professionale” ambientato a Milano. La tua domanda era: Cosa ti ha lasciato di fondamentale l’insegnamento di Alberto Garutti? “Il futuro è nelle tue mani” recita la campagna pubblicitaria di The Apprentice  apparsa nelle metropolitane milanesi. Ultima regola: il modo migliore per entrare nella storia dell’arte è contribuire a farla.

Alberto Tadiello 

 Un tentativo di “educazione sentimentale”, essendo “l’arte materia ininsegnabile”.

  Federico Tosi

Quand’ero al liceo, non ricordo per quale motivo preciso, mi sono trovato imbucato ad una delle sue lezioni. Ricordo che fu una lezione abbastanza dura e una ragazza si arrabbiò molto per delle critiche ricevute al suo lavoro. Alla fine della lezione, fuori dall’aula, ho visto Garutti abbracciarla, salutare tutti e andare a casa in bici. Quel giorno decisi che mi sarei iscritto al suo corso e, lo stesso giorno – scoprii più tardi –  Garutti fece un incidente in bici e si ruppe, credo, una gamba. Qualche settimana fa, all’incirca cinque anni dopo la mia prima lezione, ho incontrato Alberto in metropolitana.

Patrick Tuttofuoco

Le cose che è riuscito a trasferirmi Alberto sono molte. Essendo stato una presenza forte nella fase di formazione, l’ho speso tanto tempo cercando di assimilare tante cose e superarne tante altre. Ma alcune di queste pero’ rimangono ancora oggi solide nella mia percezione ed estremamente valide come strumento d’indagine sull’arte e sul mondo.

Probabilmente quello che più di tutto riconosco come un suo insegnamento, e la capacita’ di fondere dialetticamente visioni radicalmente diverse all’interno di un unico organismo. Il suo essere in grado, con tanta disinvoltura, di costruire un unica piattaforma articolata capace di ospitare atteggiamenti e approcci artistici profondamente diversi. Questo suo dono mi ha spesso permesso di comprendere ed apprezzare con maggiore profondità molte realtà artistiche e umane tra di loro molto lontane. Credo che questo dono sia sempre andato di pari passo con la sua vivida curiosità su ciò che poteva diventare l’arte e il suo linguaggio nelle nuove generazioni.

  Serena Vestrucci

 Le prime cose che riaffiorano quando penso ad Alberto mi ricordano l’aula 1 di Brera e il dover sempre avere un po’ più di coraggio, il rendersi conto di dover fare i conti con le grandi opere nei musei e non con gli studenti dell’accademia???, il ricordarsi sempre lo stesso problema: chiedersi che cosa aggiungiamo di nuovo all’arte e il pensare che un buon lavoro deve essere anticipatore e scardinante, e che se non è così non deve bastare, troppo facile fare un bel lavoro…

Fondamentalmente Alberto mi ha insegnato a ridere, e a prendermi meno sul serio, a ricordarmi di lasciarmi andare, e di fare come mi sento.

Italo Zuffi

“Da Alberto Garutti ho appreso come fare economia dello sguardo, allargando la visione. Per me è stato,  in quegli anni di formazione, ma direi anche successivamente, un essenziale istruttore di orienteering.”

* DURANTE L’ALLESTIMENTO *