Simone Berti, Alberto, 2012 – Courtesy Galleria Vistamare

Non ho mai capito il fascino di Alberto Garutti, la sua capacità di aver creato attorno ai suoi allievi una sorta di attitudine segreta. Da vent’anni miete teste o le salva per i capelli. Ho sentito suoi (vecchi) studenti osannarlo a spada tratta, e altri (giovanissimi) chiedersi il perché di cotanta fama. Alcuni dicono che capisce tutto, altri che (oramai) non capisce niente. Ho sento pareri discordati, gente litigare perdendo non solo il filo del discorso, ma anche il senno. La figura di Aberto Garutti all’oggi mi resta oscura. Ho anche tentato di avvicinarlo di nascosto. Mi sono intrufolata ad un paio di sue lezione e ho sentito cose che – da estranea in terra di ‘eletti’ – mi sarebbe venuta da alzarmi dall’ultima sedia e pigliare il tal Professor per il bavero. L’ho sentito infatti prendere a pesci in faccia poveri studenti alla  ricerca di conoscenza, per poi abbracciarli e consolarli con grande tenerezza. Ma che ha insegnato di così prezioso questo incensato professore? Il cinismo? La buona volontà? I saggi opportuni da leggere? I film adatti da vedere? Le persone giuste da frequentare? Nessun ex-studente mi ha mai rivelato la vera formuletta magica. E io di nuovo a chiedermi, cos’avrà di così speciale questa persona? A cosa deve questa fama? Non è forse prima di tutto un artista? Che direbbe lui di se stesso in terza persona? Si racconterebbe come un anti-eroe dell’arte che piano piano, lezione dopo lezione – anche mostra dopo mostra, si badi, ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1990, la biennale di Istanbul ecc. – ha creato attorno a se il ‘mito Garutti’. Senza contare che, per ironia della sorta, alcuni degli studenti in mostra – penso a Roberto Cuoghi e Paola Pivi – hanno un curriculum se non più lungo, almeno più blasonato. Ma questo non può che dare a Garutti una gran soddisfazione, forse.

Ma quanto è facile ammaliare giovani e spugnose menti-sensibilità-cervelli appena usciti da Istituti d’arte o licei artistici di provincia? Quanto è semplice azzeccare la battuta, far ridere o bacchettare simbolicamente i fondoschiena di alunni con i dentini da latte (le zanne, tanti degli ex-garuttini, le hanno tirate fuori ben dopo l’Accademia). Ma ripeto qual è la pozione magica che questi ragazzini hanno bevuto per essere in questa mostra? Per questo motivo, e non senza una gran curiosità oltre che interesse, ho posto ad alcuni artisti in mostra una semplice domanda: Cosa ti ha lasciato di fondamentale l’insegnamento di Alberto Garutti? In procinto che la mostra curata da Luca Cerizza FUORICLASSE apra i battenti il 6 settembre, leggiamo le risposte che mi hanno dato gli artisti.

Alcuni hanno preferito rispondermi con un’immagine, altri sono stati molto sintetici. Alcuni hanno rovistato nei ricordi, altri ancora hanno preferito descrivere con ironia degli episodi in aula.  Certi non mi hanno risposto perchè non avevano assolutamente nulla da dire. Ma tra le tante risposte che mi sono pervenute, ho colto molta umanità, e – contenta di aver preso un granchio – sono emerse poche parole come competizione, tradimenti, ipocrisie, rivalità ecc. Da quello che ho capito o meglio, da quello che ho sentito (e non con le orecchie, diciamo, con il ‘sentire’), è che quello che veramente ha insegnato il grande professore è un’attitudine. Non un tecnica, non una metodologia, non una forma mentis, bensì una motivazione. L’opera deve venire prima di tutto e ‘soprattutto’.

Cosa ti ha insegnato di fondamentale Alberto Garutti? Pubblico la parte I

Alessandro Agudio

Ad oggi vivo insieme a tre amici e artisti (tra cui una è la fidanzata) “della classe”. Non lo avrei mai pensato, davvero mai. La dentro erano tutti un pò dei ‘mostri’, io arrivavo mi mettevo nelle file di quelli che ascoltavano e basta. Casco in mano e giubbotto, non lo toglievo mai, sempre pronto a scappare. Poche sere fa qualcuno mi ha raccontato che in un giorno era passato dagli sfigati dell’ultima fila a quelli famosi che hanno la possibilità di commentare. Lo avrei voluto tanto anche io, mi è successo a metà, un pò come la mia posizione la dentro. Qualche mese fa  Alberto è venuto ad una collettiva dove c’era il mio lavoro, ci siamo abbracciati.  A marzo ho discusso  la tesi, appena entrato in aula mi ha chiamato “Ale” (solitamente non ricorda mai i nomi) è stato un genio.

Filippo Ballarin

Ricordo che:  

“*Quando decisi di iscrivermi al suo corso mi chiese senza mezzi termini e  di fronte a tutti: “Ti sono simpatico? Cosa pensi di me?”. Rimasi un attimo  perplesso e gli risposi istintivamente:” Mah… penso che sei un ‘ carciofo'”, al che, Gazzarri al suo fianco scoppiò a ridere ma si  contenne subito e Alberto, impassibile, mi chiese con tono ‘minaccioso': “ Cosa vorresti dire?” e gli risposi: “Sei buono ma pungi*.”   

Quanti credono che Alberto Garutti ‘insegnante’ reciti un ruolo si  sbagliano. Egli ripone un interesse e un rispetto profondo e sincero verso  i suoi ‘alunni’ come pochi riescono. Si pone come Alberto Garutti, come  artista e difficilmente riesco a intenderlo come “insegnate”. Questo modo  di relazionarsi ai giovani è per me un prezioso insegnamento che poche  persone sono in grado di dare.  Il corso non è fatto da Alberto Garutti ma da lui e dalle persone che  mettono piede in aula anche se solo per pochi minuti. La sua presenza è per  me piacevolmente ingombrante e ritengo che più che un vero e proprio ‘ insegnante’ egli  è un perno sul quale tutti gli ‘studenti’ fanno leva per  accrescere se stessi. Per lui gli studenti e il corso sono l’ oasi dove vive  uno scambio generazionale intenso.  Il corso è una esperienza profonda che implica una  partecipazione totale,   e come tutte le esperienze dure e travagliate, porta grandi  soddisfazioni. In aula tutti sono elementi fondamentali e indispensabili al  corso stesso.   I lavori sono il veicolo attraverso il quale il corso prende forma e  sostanza, sono il momento in cui ogni persona viene platealmente messa a  nudo di fronte ai suoi limiti e alle sue potenzialità. Quando i lavori  vengono presentati gli “studenti” non sono più studenti, gli “insegnanti”  non sono più insegnanti e la finzione burocratica dei ruoli viene sfondata,   il corso si apre verso un momento di profonda realtà alla quale non ci si  può sottrarre.  È così che il corso si nutre di situazioni vitali, dove le persone si  scoprono, si amano e si odiano, dove ogni singolo individuo viene  continuamente responsabilizzato e il valore dell’arte rigenerato a ogni  lezione.  Filippo Ballarin

Dino Balliana

Il corso di Alberto è un’esperienza sempre in bilico tra il gioco e uno strano esperimento sociologico. Gli elementi classici di un corso accademico (luogo neutrale, gruppo di studenti di fronte al professore carismatico) vengono presi ed alterati da un piccolo artificio: l’aula 1 di Brera è una sala della Biennale di Venezia. Punto.   Se il concetto passa e la finzione è condivisa, allora nell’aula prendono forma e vita tutti i personaggi e i ruoli che, in quella sala (quella vera, quella di Venezia), lavorano e proliferano. Ogni volta si è spettatore e curatore, addetto alle pulizie e critico d’arte, installatore e artista. I ruoli si invertono senza ordine di continuità da un istante all’altro e il tuo lavoro non può che essere travolto da questa messa in scena, iperrealista e crudele, come in un collaudo automobilistico.

Marco Basta

Nella mia risposta ho cercato di ricordare il maggior numero di frasi di Alberto. Alcune cult, altre relative agli anni in cui ho frequentato il corso. Tra parentesi alcune note personali. 

Non è male. / O si scopa o non si scopa. /Sei un bravo artista. / Devi entrare in crisi.

L’artista è il primo spettatore della sua opera. / Io dico sempre che l’ opera deve avere un approccio etico, (la seconda non la ricordo) e amoroso.

L’arte è imperfetta proprio perchè tende alla perfezione. / L’arte contiene il senso mistico della natura. 

L’opera deve andare verso.  /L’arte ha a che fare con…

In un’ accezione… / Un’ esperienza conoscitiva. 

L’opera carica lo spazio come una batteria (all’inizio pensavo allo strumento musicale e quindi non capivo esattamente il significato di questa affermazione, però mi sembrava una bella metafora. Poi qualcuno mi ha illuminato.) 

Non funziona. / Qual’ è il pensiero dell’opera?

Non voglio studenti nel mio corso! /Aspetta, aspetta…io a te ti ho già visto…. ah sì! Ieri, in un quadro… eri uno di quei diavoli che stavano sullo sfondo… sai quelle figure minori che stanno in secondo piano.

Di chi è quest’ opera?? (con fare sospetto, mani giunte dietro la schiena e sneakers adidas di un verde elegante che però a guardarle bene erano da skater) 

Perchè se tu provi a immaginarti visto da dietro, con quel culo bianco, mentre scopi…. è davvero ridicolo! / Passi lunghi e ben distesi.

Perchè se adesso io ti tocco il ginocchio è diverso dal dirti che ti toccherò il ginocchio. / … cosa ne pensi?

… Norberto Bobbio… / (guardando un’ opera) C’è qualcosa… 

Perchè come dico nella mia intervista con Obrist…  / L’opera deve volare. 

Simone Berti

Alfredo Garutti. Una convinzione che il suo insegnamento mi ha lasciato riguarda l’etica del lavoro. Niente a che fare con qualche tipo di morale o moralità. Etica del lavoro nel senso che l’unica cosa che conta nell’arte è l’opera. Per Alberto Sgarussi è importante la vita di un artista, quello che pensa e sente, il contesto in cui vive ecc. ecc. ma la cosa che conta in definitiva è ciò che lo spettatore si trova davanti quando entra in un luogo espositivo. Li l’artista non c’è più, l’opera diventa autonoma. Un grande insegnante, questo Alberto Caruppi, oltre che artista. Una volta ricordo che in aula 1 all’Accademia di Brera, improvvisamente, davanti a tutti, si mise a volare. Ho sentito anche che una mattina ha guarito, solo con l’imposizione delle mani, uno studente con la sindrome di Baudrillard… e forse anche qualche malato di Fabrite. Io però quella mattina non c’ero. Veramente bravo questo Luciano Garutti, accusato erroneamente di instillare negli allievi l’idea che la strategia venga prima dell’opera. Personalmente l’ho sempre sentito affermare l’opposto. Non che la strategia non sia importante ma, per Alberto Pistoletto, l’opera viene sempre prima, perché se così non fosse, prima o poi la storia se ne accorgerà. Non posso che essere felice ad aver frequentato i corsi di Alberto Manzoni. Mi hanno detto che anche Alberto Garutti non è malaccio come insegnante.

Davide Bertocchi

Per quanto mi riguarda incontro misteriosamente Garutti tra i calchi in gesso dell’accademia di Bologna al suo esordio d’insegnamento bolognese e al mio secondo anno.  Prima lui insegnava a Macerata, e ricordo che aveva portato con se a Bologna anche qualche studente marchigiano…  

Premetto che sicuramente se non avessi incontrato lui e gli altri ragazzi di quel corso non sarei qui a fare quello che faccio ma comunque per risponderti e darti bene l’idea della situazione non posso non fare un piccolo e doveroso flash back: come dice Stefania noi tutti, in quei primi anni, Alberto l’abbiamo scelto un po casualmente, o ad esclusione, non esistendo ancora il “mito Garutti”… concedici quindi l’onore/onere di essere stati anche un po delle cavie in un certo senso… vabbè, comunque, come ti dicevo tutto inizia circa nel 1991 in una stanzona sul retro dell’accademia, imbiancata da noi, come prima esercitazione assoluta di “azzeramento” (citando una sua prima frase: “…Io, qui, voglio solo portarvi a un livello zero! Poi sono cazzi vostri!…”).

Durante le varie mani di imbiancatura… (da intendersi sia come detersione spaziale ma anche simbolicamente “mentale”) …Alberto ci racconta un surreale aneddoto capitatogli durante l’installazione del suo lavoro nel padiglione Italiano della biennale dell’anno prima, ovvero l’aver dovuto assoldare di persona gli imbianchini per coprire le opere della biennale precedente, nello specifico dei grandi bellissimi wall paintings di Sol LeWitt… cosa che ovviamente non ha fatto con piacere, ma anzi ricorda come un’esperienza assurda… ecc, ma in ogni caso quella è la prima volta che sento parlare di Sol LeWitt, di James Turrell, Kosuth, Koons… e penso anche per molti altri di quel manipolo di seguaci inconsapevoli presenti in quell’aula… tutti accumunati comunque da una gran voglia di cambiare aria; …Bologna, Modena, Bagnocavallo, Imola, Brindisi, Asti, Rimini, stanno troppo stretti e c’e bisogno di convergere energie, pensieri, assemblare identità, e per questo diamo credito ad Abertone che ci pungola e sprona, ma ci fa anche sentire piccoli piccoli, ignoranti e …un po’ incazzati… Nello stanzone bianco poi magicamente si crea un qualcosa, un gruppo, uno scambio continuo. Ogni gesto, anche il più’ semplice, assume una sua responsabilità, si riempie di significato, riflette quasi una dimensione mitologica, eroica…

Sopratutto ci si affronta (metaforicamente) senza pietà con coltelli fra i denti, con passi da leopardo, a volte impacciati ma in alcuni casi con mosse già abilissime di qualche arte marziale sconosciuta, approvata o no dal giocatore-arbitro Alberto ma comunque è sempre lui li a parlarci e imporci questo esercizio di analisi, fino ad allora sconosciuto, del parlare delle nostre opere (o meglio dei vari tentativi)… e di quelle degli altri… cercando di smontare, rimontare, idee e forme. Uno scontro totale contro il didascalico, il superfluo… verso il raggiungimento del lavoro inattaccabile, ineccepibile…   Garutti giá a Bologna ci racconta poi di ipotetici corpulenti e opulenti galleristi… di musei da vedere.. di viaggi da fare subito, di documente, di opere straordinarie, di letture obbligate, e di energie fino ad allora inaudite dentro gli spazi polverosi dell’accademia… tutto un universo si apre oltre la stanza.  Con il suo fare da milanese poi ci mette la pulce nell’orecchio.. e ci inocula lentamente, incontro dopo incontro, anche una certa dose di ambizione…

Ha ragione a farlo perché in quegli anni.. parlo sempre di ’91 – ’92.. tipo.. (quindi pre-Aperto ’93) non succede una benemerita cippa… a Bologna c’e solo la galleria NEON…una specie di ufo..  cioé a parte eccezioni ancora si parla di informale… di pittura anni ottanta.. e transavanguardia.. ma forse anche di qualcosa di nuovo che arriva sotto forma di mostra a Rivoli.. Post-Human – Jeffrey Deitch.. e che personalmente in quegli anni mi ha abbastanza colpito… Ogni tanto Alberto ci chiede di andare a Milano nel suo studio ad aiutarlo.. di quel periodo (novembre, dicembre ’92) ho memorie bellissime.. si formavano dei veri e propri bivacchi all’interno del grande studio che aveva in via Pietrasanta… Si dormiva lí in un tendone di moquette (i ritagli dei suoi lavori con la moquette appunto) tipo beduini nel deserto.. ci si svegliava e si lavorava full time.. e lui, parlava, parlava.. e ci ipnotizzava come dei serpenti… Da li poi un primo gruppo intrepido segue Alberto a Milano al momento del suo spostamento a Brera… e forse poi il resto si conosce meglio, con l’arrivo di Via Fiuggi, ecc ecc… Ecco, insomma, una lunga storia di “insegnamenti” più o meno espliciti, di confronti, di scambi, e che posso forse anche riassumere in due parole: passione e autocritica…

ps: un saluto a tutti da Parigi e in bocca al lupo per la mostra a tutti i fuoriclasse, ai fuori-classe, ai fuori-mostra, o anche semplicemente ai fuori-forma…

Alice Bonfanti

Cosa mi ha lasciato Garutti?  Un Rebus…

Valerio Carrubba

Il senso di responsabilità, verso lo spettatore, la società e ovviamente se stessi. La certezza che l’opera può non solo essere un oggetto decorativo, ma soprattutto un contenitore di idee e di critiche, un punto di vista forte e sincero sul mondo. Prima di incontrarlo, a 18 anni, pensavo di continuare a dipingere le mie paranoie come se il mondo esterno non esistesse o non fosse necessariamente da mettere in conto. Dopo il suo insegnamento invece è per me oramai imprescindibile soppesare ogni singolo aspetto del lavoro per cercare di renderlo quanto più “oggettivo” possibile, cosa questa che non esclude il ricorso alla sfera più intima e privata.

Alessandro Ceresoli 

Elena, di fondamentale niente. Quando mi chiedi di fondamenti mi viene in mente la prima educazione e il contesto del primo apprendimento, quello dei primi anni di vita. Quando si arriva da Albero, su questo c’è ormai poco da fare, non è a vent’anni che costruisci i tuoi fondamenti, al limite puoi tentare di rimuoverli ma è difficile. Quello che è certo, è che Alberto cerca di metterti nella situazione di lavorarci e, semmai, raffinarli. Nel suo corso per molti versi ti ripulisci o vai a distruggere quello che comunque ormai c’è. Poi, sta nella capacità di ogni studente costruire qualcosa di nuovo. Per quanto mi riguarda, all’epoca me lo sono andato a cercare ‘uno’ come Alberto. Sapevo che avevo bisogno di una persona così, che mi avrebbe aiutato, e così, infatti, è stato. In Accademia ho dovuto cercarlo con il lanternino… Alberto ha creato una situazione di grande energia per accogliere i più curiosi, dove era chiaro che li si faceva sul serio. Il corso era diretto agli studenti più esigenti, quelli che non si accontentavano. Persone di questo tipo hanno infatti trovato grazie a lui un luogo di apprendimento, di lavoro e di confronto. Uno spazio che è diventato, per mia esperienza, un terreno fertile sia per il lavoro artistico che per la costruzione di se stessi. Ma queste due cose non vanno forse  di pari passo?  

Cheremius  (collettivo nato nel 2007 a Perdaxius (CI) su iniziativa di Marco Colombaioni, Matteo Rubbi e Emiliana Sabiu)

Cherimus è nato in seguito all’incontro fra Marco Colombaioni, Matteo Rubbi ed Emiliana Sabiu durante il corso di Garutti. Le relazioni con artisti come Michele Gabriele, Andrea Rossi, Giovanni Giaretta, Leonardo Chiappini, Elena Reverberi, Gemma Noris, Derek di Fabio, arrivano da lì. Quello che ci è rimasto di fondamentale di quegli anni sono i legami con queste persone e il fatto di poter lavorare con loro. associazione Cherimus  

Sarah Ciracì

  Garutti è una di quelle persone che se ti capita di incrociare nel tuo percorso te lo stravolge.  Impossibile resistere al suo magnetismo. Non sono mai stata iscritta ufficialmente al suo corso, ma l’ho frequentavo regolarmente ed ero, a detta sua, considerata come una sua allieva a tutti gli effetti. Era il 1992 a Bologna. Ero stata spinta a frequentare il suo corso da miei amici suoi studenti. All’epoca non pensavo neanche che sarei potuta diventare un’artista ma ero curiosa, molto curiosa. Cosi ho iniziato a frequentarlo.

Alberto mi ha fatto scoprire una parte di me che ignoravo del tutto, quella parte creativa concettuale che è emersa negli anni successivi alla sua conoscenza. Una volta mi ha detto seriamente: Sarah, tu sei bravissima.  Quelle poche parole sono state per me carburante inesauribile a sostegno del mio pensiero. Le sue lezioni, a volte molto intense, finivano per diventare dei veri e propri psicodrammi. Sembrava di essere parte di una terapia di gruppo. Si andava sul pesante, ma lo si faceva per liberare energia assopita.  Ecco, forse però in alcuni casi venivano risvegliati mostri che sarebbe stato meglio non scomodare…

Ero considerata una tre le sue migliori allieve, ripeto, pur non essendo iscritta ufficialmente all’accademia. Ho fatto parte del gruppo di matti di Via Fiuggi e giovanissima sono stata invitata ad importanti mostre internazionali e a collaborando con una fra le migliori gallerie di Milano. Ai miei tempi correvano tutti per accalappiarsi gli allievi di Garutti, cresciuti in cattività e forgiati per resistere anche nelle situazioni più avverse. Uno dei suoi grandi insegnamenti è quello di farti conoscere, e possibilmente rispettare, le regole del sistema, del sistema, del sistema, del sistema, del sistema, del sistema, del sistema …. ops scusate mi si è inceppato il sistema… Gratitudine

Marco Conoci

Roberto Cuoghi

Ettore Favini  

Ettore Favini, La bozza, uno dei primi lavoro all’Accademia

Ho incontrato il corso di Alberto Garutti per caso, non l’avevo scelto, mi è capitato! Devo dire (come ci ha insegnato Alberto) che il caso ha sempre ragione. Inizialmente ero parecchio perplesso. I metodi “fermi” di Garutti nel commentare i lavori, mi lasciavano un po’ così… riusciva ad essere insopportabile, dopo averti distrutto qualsiasi certezza, ti prendeva sottobraccio e ti spiegava, ti consigliava, faceva un po’ lo zio… Durante gli anni dell’Accademia, lo abbiamo aiutato più volte ad allestire sue mostre e la cosa che usciva, era la sua fragilità. Davanti all’opera (la sua) era esattamente come noi studenti in aula davanti a lui…questo era per me consolante in qualche maniera, perché l’insegnamento che cercava di trasmetterci era sincero. Il caos che creava a noi se lo autocreava anche lui…é stato senz’altro un buon maestro, la sua scuola non ha plasmato artisti con uno stile ma con una forma mentis, ci ha aiutati a ragionare a guardare il mondo con un occhio diverso, senza imposizioni di stili e maniere. Alberto mi ha insegnato il rispetto per il lavoro, sempre prima di tutto, mi ha insegnato un metodo di lavoro mentale: costruire, decostruire per ri-costruirsi ogni volta, mi ha insegnato che l’arte deve essere al servizio e soprattutto che le Opere non danno risposte ma fanno domande.  

Giulio Frigo  

MA TU, VIENI A SCUOLA A CAVALLO?

Le scuole cominciarono ad esistere quando un uomo sotto un albero,

ignaro di essere un insegnante,

cominciò a discutere la sua  presa di coscienza con pochi altri,

che non sapevano di essere  studenti

Ora soffermiamoci su questo punto

Io ritengo che l’insegnante dia essenzialmente una persona che non solo sa le cose,  

ma che le sente

Louis I. Kahn

Una stanza vuota, un signore e dei giovani che stanno pensando di fare gli artisti. La domanda quando si parla di Alberto Garutti è:  Dove sta il trucchetto? Come riesce ad essere così efficace? Qual’è la ricetta? Da fuori quello che vedi è una stanza con qualche sgabello, una varietà di giovani di usi e costumi differenti raccolti intorno ad un signore milanese “normale” nella sua sobria eleganza. Niente pennelli o odore di trementina nell’aria , niente argilla o mirette nei paraggi. A viverla da dentro invece  è un po’  più strano,   soprattutto il primo anno. L’idea di presentare i propri timidi tentativi ad una classe inferocita senza peli sullo stomaco è terrorizzante. Poi ci si abitua. Il corso di Garutti non è tanto un posto quanto un “clima”. Nel senso, non è da qualche parte di preciso ma è un’atmosfera che lo accompagna o che forse si porta dietro come una corrente. Da Bologna a Milano a Venezia e ritorno questo clima si condensa, qualche volta si carica di elettricità, ma mai ristagna. Si appoggia senza mai legarsi a doppio filo nei meccanismi pietrificanti dell’ istituzione. Quindi seguendo il filo del ragionamento servono: Una stanza, dei giovani disorientati con una più o meno vaga volontà di essere artisti e Alberto Garutti. Grazie tante mi direte voi, se l’ingrediente segreto del metodo Garutti è Alberto stesso allora siamo da capo. La ricetta resta un segreto. Se le cose stanno così allora proverò un’altra strada. Anziché cercare di “spiegarlo” ve lo racconto.

La prima cosa che ci ha fatto fare a chi di noi era nuovo è stato di portare qualcosa a cui tenevamo particolarmente e piazzarlo a terra, lì, davanti a tutti. Neanche a farlo apposta, alla lezione successiva mi sono dimenticato di portare il mio oggetto. Poco male ho pensato, visto che avevo come al solito con me il blocco degli schizzi a biacca e sanguigna su carta pagliericcia come si addice a un vero artista. Dentro c’era di tutto, soprattutto dettagli e copie di dipinti e sculture della storia e dell’arte o di cose che vedevo in giro.  Alberto  ha cominciato a sfogliarlo, compiaciuto, su un Cristo di Masaccio o su una scapola di Michelangelo,   più scettico  a tratti e divertito infine quando gli è capitata sotto gli occhi la mia copia della scultura di Mitoraji nella piazzetta del Carmine. A ripensarci ora che lo confesso, la cosa diverte anche me anche se non proprio da morire. Insomma, per concludere questo aneddoto, Alberto posa il blocco dei disegni, mi guarda e mi domanda:   “Ma tu vieni a scuola a cavallo?”

Secondo aneddoto: Questa volta siamo dentro alla chiesa sconsacrata di San Carpoforo ed è pomeriggio.  Alberto si è perso in uno dei suoi famosi monologhi fatto di pensieri e  considerazioni lasciati andare a ruota libera. Non saprei dire esattamente di che parlasse ma aveva a che fare con la complessità del mondo, con il fatto che come dice sempre lui, questa determinata cosa è “incredibile” che quest altro fatto  è “fantastico”, che il mondo è un posto “pazzesco” e via dicendo. Fatto sta che ad un certo punto se ne esce con un ” Per esempio! Quel numero… chi c’è dall’altra parte di quel numero?” o qualcosa del genere che cattura immediatamente la mia attenzione. Si trattava di un telefono qualunque che si intravedeva fuori dalla porta dell’aula stampato sulla fiancata di un camioncino parcheggiato. Di impulso prende il telefono, compone le cifre e aziona il vivavoce a volume massimo. Ci accoglie un cordiale ” Buon giorno! Mobilificio tal dei tali di Verona, come posso esserle utile?” “Ciao io mi chiamo Alberto e tu chi sei?” Dall’altra parte della cornetta si sente la voce di una ragazza che non sa bene che dire. Solo una breve esitazione per poi pensare di cavarsela ripetendo la sua filastrocca. “Certo questo l’ho capito” dice Alberto  ” ma TU invece, come ti chiami. Sai , siamo degli artisti in una classe di Brera, una trentina circa . Abbiamo visto questo numero e ci chiedevamo chi c’era dall’altra parte.” Dall’altro lato della cornetta Giulia ride divertita mentre io avevo la forte impressione di CAPIRE. Cosa? Non saprei dire di preciso, era una sensazione generale, vaporosa. Aveva ragione Alberto, il mondo è un posto pazzesco.

Giulio Frigo  

Emiliano Furia

Penso che piu che una funzione di insegnamento ci sia un aspetto detonatore in ciò che viene fatto. Per quanto mi riguarda penso sia importante la bontà, con questa mi sembra anche possibile capire che Alberto é un uomo. Anche se capisco che essere buoni non é un atteggiamento pratico. Mi scuso per la risposta forse troppo ingenua ma non ho né aneddoti né immagini. Un saluto a tutti i miei amici.

Stefania Galegati

Garutti. Mi fa tenerezza pensare a Garutti. Appartiene a un’altra vita. 20 anni fa precisi precisi, sono apparsa nel suo corso a Bologna, per puro caso. In fila in segreteria la persona davanti a me mi disse, iscriviti da Garutti che ha pochi iscritti e poi decidi se ti vuoi spostare da un altro prof. (certo a ripensarci ora uno strano consiglio!) Quindi il caso. Ma ora se non cambio tono questo sembra un mortino/coccodrillo. Torno allora alla tua domanda… cosa mi ha lasciato di fondamentale? Mi ha introdotto al sistema dell’arte, mi ha insegnato a fare un mestiere da una mia passione, ha dato un grande stimolo alla realtà di Via Fiuggi di cui ero parte (e dalla quale anche lui prese molto). Stimolò un gruppo di artisti importante, in cui c’erano le giuste dosi di follia, amore e competizione. Di recente in sicilia dove vivo, sono passati a trovarmi due amici, che sono stati studenti di Garutti un paio di anni fa. Lo sentivo parlare attraverso quello che loro dicevano, tanto era forte l’impronta. Una stranissima sensazione. Dimenticavo una cosa fondamentale. Mi ha insegnato a imbiancare i muri, a togliere tutto ciò che non c’entrava e la cosa piu importante di tutti mi ha insegnato ad arrangiarmi.

Dario Guccio