Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

All’interno delle sale di Palazzo Grassi la più grande retrospettiva dell’artista tedesco Albert Oeheln assume una forma asistematica. L’ordine cronologico assente cede il suo spazio ad una narrazione fatta di salti e immagini residuali. Cows by the water è infatti il titolo, oltre che della mostra in questione, anche di un lavoro del 1999 che ci illumina, come molti altri in mostra, sul tratto surrealista dell’operare dell’artista. Un debito che, con la sua complessità di regole, richiama le parole del 1925 di Mirò: “voglio uccidere la pittura”. Il modus operandi dell’artista tedesco non parla di infatti di lacerazioni, è bene precisare tuttalpiù un diritto di contraddirsi, di cambiare ottica e cornice nella più piena fedeltà verso se stesso. Il percorso quasi quarantennale di Oehlen viene raccontato attraverso ottantacinque quadri che esprimono i ritmi del suo fare tra diverse epoche (1980-ad oggi). Scatti aspri e dolci, un dialogo tra elementi appartenenti a diverse serie non nascondono nulla del suo metodo tanto cerebrale quanto gestuale. I colori della sua tavolozza vengono spruzzati, stesi con le dita e applicati spazzolandoli.

Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Il soggetto non è mai preciso e determinato, ogni tela aggiunge una risposta ad un codice strettamente personale. Così ci mostrano le serie Alberi, diagrammatici arabeschi neri e rossi, i Computer paintings in cui l’uomo si afferma sugli algoritmi e la serie FM (Finger Malerei). I piani bidimensionali dei suoi lavori divengono spazio per un radicale umorismo pieno di una libertà che si concretizza in una pseudomusica rivoluzionaria, leggibile nelle note delle sue tele. Uno dei modi più interessanti per leggere il gesto pittorico di Oehlen è pertanto la musica: il free jazz e il rock conferiscono un primato all’improvvisazione del suo gesto, in un’”esistenza da disco” un aspetto insaziabile per il colore unisce elementi incompatibili. Conductions è la serie che ne esplicita maggiormente i debiti. Il termine, infatti, deriva dal metodo d’improvvisazione teorizzato da Lawrence D. “Butch” Morris, compositore e cornettista afroamericano.

Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

La pittura di acrobazie accentua elementi specifici che si distribuiscono a perdita d’occhio mentre il viaggio nello spazio di Oehlen, carico di svelamenti e coperture, è un racconto popolare in cui forme informi si alternano a campiture piene. È un percorso magico in cui si esplicita una pazienza e ostinazione nella messa appunto di metodi sempre variabili. Nello sperimentalismo e nella misteriosità dell’evento visivo la risposta decanta una soluzione irraggiungibile, un po’ come ci ricordano i Lösungen (Soluzioni) di Sigmar Polke, che oltre essere stato maestro indiscutibile di Oehlen, ha visto nel 2016 una retrospettiva negli stessi spazi.

Installation view at Palazzo Grassi, 2018, © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

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