Ed Atkins Safe Conduct, 2016 3 channel video with sound Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Enrico Parrinello Courtesy the artist and Cabinet, London Collection Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Ed Atkins, Luca Francesconi, Apostolos Georgiou, Ragnar Kjartansson, Susan Philipsz, Cally Spooner e Apichatpong Weerasethakul sono i sette artisti che Lorenzo Balbi – curatore e direttore del MAMbo – con Sabrina Samorì, assistente curatoriale – ha scelto per la mostra AGAINandAGAINandAGAINand, inaugurata lo scorso gennaio negli spazi dell’importante istituzione bolognese. L’obiettivo del progetto è quello di studiare, attraverso i più interessanti protagonisti della scena artistica internazionale, una questione peculiare e caratteristica dei tempi attuali: il loop, la ripetizione, la ciclicità e la non linearità del tempo. Nella creatività e nella produzione contemporanee, sottolinea Balbi, queste questioni sono diventate degli stimoli per chi lavora con la pratica artistica, un po’ come per chi opera con la musica (si veda ad esempio il concetto di loop sonoro).

Scrive Balbi infatti che “la nostra contemporaneità è segnata da una continua ridefinizione del concetto di tempo” e che questo tempo è scandito in tempo del lavoro, tempo libero e tempo perso alternandosi in una ciclicità continua e ripetuta. Per comprendere lo sfaccettato problema, ci viene in soccorso la lettura dell’indispensabile pubblicazione a margine della mostra, a cura di Caterina Molteni per Edizioni MAMbo: si tratta di un volume che non è solamente un catalogo ma piuttosto un’ampia incursione ricca di riflessioni (sociologiche, filosofiche, antropologiche ed ecologiche) che aprono le opere a diverse letture interpretative. Interlocutori di questo dibattito sono il filosofo Federico Campagna, l’antropologa Elizabeth Povinelli, la curatrice Caterina Molteni, il curatore Lorenzo Balbi e gli artisti stessi. Il titolo della mostra evoca la serigrafia di Zaven (Enrica Cavarzan e Marco Zavagno) AGAIN AND AGAIN AND AGAIN AND, che è stata usata anche come immagine di copertina della pubblicazione.

La ciclicità anima anche l’idea dell’allestimento che è pensato come un loop spaziale, un loop di fruizione: si è accolti dalla prima opera e si ritorna idealmente alla stessa, per poter fruire la mostra nuovamente. La prima sala è introdotta da un impercettibile brusìo di fondo, all’inizio poco riconoscibile e decodificabile; si tratta dell’opera audio Guadalupe (2003-2019) di Susan Philipsz (Maryhill, Glasgow, 1965) fatta di registrazioni ambientali in una stazione degli autobus a San Antonio (Texas), ri-editata per il MAMbo e installata nel luogo di passaggio tra entrata e spazi museali: un nonluogo, come direbbe Marc Augè, in cui non c’è fissità, non c’è dimora e non c’è identità ma solo movimento. L’artista cerca di restituire allo spazio pubblico il “ruolo di epicentro di incontri, dialoghi e sensazioni” per rompere l’anonimato di questi spazi interstiziali, che sono l’esatto contrario dei luoghi stabili e sicuri. Il rumore spaesante dell’opera è accentuato dal risuonare di una versione strumentale lenta della canzone folk I’m So Lonesome I Could Cry di Hank Williams. Gli stessi suoni hanno una struttura circolare perché fanno pensare a un movimento ripetuto, come l’andamento nervoso di un viaggiatore alla stazione degli autobus.

Ed Atkins Safe Conduct, 2016 3 channel video with sound Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Enrico Parrinello Courtesy the artist and Cabinet, London Collection Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Apostolos Georgiou Veduta di allestimento presso / Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Enrico Parrinello – Untitled, 2019 Acrylic on canvas Courtesy the artist and Rodeo, London/Piraeus
Luca Francesconi Fish, 2020 Dried rudd, cadmium Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Enrico Parrinello Courtesy the artist and Galleria Umberto di Marino, Naples

Superato il nonluogo e il suo andirivieni sonoro, le opere raccontano la ripetizione sotto varie forme. C’è anzitutto il loop narrativo che crea scenari possibili e stranianti attraverso la pittura dell’artista greco Apostolos Georgiou (Thessaloniki, 1952): raffigura uomini e donne che in ambienti lavorativi e domestici vivono la quotidianità in un’alienazione impiegatizia e familiare. Un’atmosfera oppressiva aleggia tra i personaggi che sembrano dei fantocci sociali goffi e inetti, antieroi di una società – quella del boom economico – che nel refrain del produci-consuma-crepa riassume l’amarezza di esseri umani infelici e soli.

Il loop narrativo si racconta anche con l’installazione ambientale Bonjour (2015) di Ragnar Kjartansson (Reykjavík, 1976): questa volta è la ripetizione dell’amore il gesto continuo che i performer propongo all’interno di una scenografia imponente e totalmente visibile allo spettatore, che ci gira attorno. Si tratta della porzione dettagliatissima di un villaggio francese degli anni Cinquanta con due case, una piazza e una fontana. “Mentre una donna prende un vaso di fiori per riempirlo alla fontana, un uomo esce dalla propria casa per fumare una sigaretta e rivolgerle un saluto. Lei risponde timidamente, torna verso la sua abitazione, per poi voltarsi gettando un ultimo sguardo all’estraneo.” A metà tra teatro, performance e scultura, la scena si ripete ogni cinque minuti per tutta la durata della mostra, accompagnata dalla musica de La Mer di Charles Trenet del 1946. Uno dei riferimenti della ricerca per questo lavoro, spiega Balbi, è il libro La Ripetizione del filosofo danese Søren Kierkegaard che ha spinto l’artista a riflettere sull’amore e sulla sua relazione con la memoria: “l’unico amore felice è quello del ricordo, la ripetizione una compagna amata di cui non ci si stanca mai.”

Grazie al concetto di reminiscenza e ripetizione della vita che, sempre uguale nel tempo, può rivivere e prendere senso per chi la vive, si spiega il lavoro video di Apichatpong Weerasethakul (Khon Kaen, Thailandia, 1970) che analizza il tema della reincarnazione. L’opera A Letter to Uncle Boonme (2009) è parte del più ampio progetto Primitive, ed è ispirata a un libro che l’artista ha ricevuto in dono da un monaco, in cui viene narrata la storia di Boonme, un uomo del nord-est della Thailandia, capace di raccontare le proprie vite passate. “Storie di fantasmi, spiriti e reincarnazioni definiscono un universo in continua trasformazione, dove ogni creatura è parte di un’infinita rigenerazione ciclica.” Le opere filmiche e le installazioni di Weerasethakul sono pensate come qualcosa di organico e giocate sulla coesistenza di piani temporali e di realtà diverse. In omaggio alla regione di provenienza dell’artista, l’opera è ambientata a Nabua.

Un nuovo concetto di loop è presente nei lavori di Luca Francesconi e Cally Spooner: una ripetizione che si può definire loop biologico-ecologico. Il respiro, il ritmo continuo dell’espirazione e dell’inspirazione – che fa il paio con la ciclicità della nutrizione nei moti di ingerimento, digestione ed evacuazione – è il riferimento della danza di Cally Spooner (Ascot, 1983) DRAG DRAG SOLO (2016). In mostra ci sono due video di questa coreografia, che nasce da una ripresa a porte chiuse della performance On False Tears and Outsourcing, presentata al New Museum di New York nel 2016: si tratta di un’interpretazione libera di movimenti dello sport, di esercizi e pratiche di team building aziendale e di gestualità tipiche dei film romantici, per riflettere sui codici comunicativi e sulle restrizioni ingessate e stabilite delle leggi di comportamento e azione sociale.

Ragnar Kjartansson Bonjour, 2015 Installation performance Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Gabriele Lepri Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavik
Ragnar Kjartansson Bonjour, 2015 Installation performance Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Gabriele Lepri Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavik
Apichatpong Weerasethakul A Letter to Uncle Boonmee, 2009 (film stills) 17’40” / Digital, 16:9, Dolby 5.1 – Colour Production: Kick the Machine, Bangkok; Illuminations Films, London A Letter to Uncle Boonmee is part of Primitive project, commissioned by Haus der Kunst, Munich with FACT (Foundation for Art and Creative Technology), Liverpool and Animate Projects, London

Le opere di Luca Francesconi (Mantova, 1979), invece, seppur lavorando sull’umano dal punto di vista biologico, come nella danza di Spooner, sono un discorso sulla cultura rurale e la capacità dell’agricoltura di malleare il tempo, per ordinarlo, teorizzarlo e renderlo fruttifero. Il tempo contadino, sembra dichiarare l’artista, permette all’essere umano di vivere in un ritmo circolare di semina e raccolta, di produzione, vita e putrefazione. Nella prima sala sono ospitate delle sculture composte da uomini stilizzati in ferro, la cui testa è costituita da frutta e ortaggi, che inscenano le relazioni tra un caporale e alcuni braccianti. Nella seconda sala, Francesconi pone su mensole diversi pesci reali, finti o rappresentati, a ricordare la pratica di Haim Steinbach (che cita in catalogo), agendo come farebbe un curatore che adopera “lo spazio, secondo ritmi e dimensioni e spiega le opere tramite le relazioni che esse creano fra di loro e le corrispondenze che stabiliscono con lo spazio espositivo”.

La ricerca di Ed Atkins (Oxford, 1982) riflette sulla rappresentazione e creazione della soggettività contemporanea: mostra un corpo e un’identità che si disgrega di fronte ai sistemi securitari. Nei suoi video, la società è osservata con gli occhi di un surrogato digitale dell’artista che figura come avatar disperato e assurdamente solo.

L’idea di circolarità e di eterno ritorno è presente in Safe Conduct (2016), la video-installazione in mostra composta da tre grandi monitor appesi al soffitto, simili a quelli di aeroporti, stazioni e centri commerciali: i nonluoghi per eccellenza, che ci fanno ricordare l’opera audio dell’inizio del percorso. Il video raffigura il protagonista che vaga per l’area di check-in e di ritiro bagagli di un aeroporto deserto: si tratta di un andare ripetitivo la cui narrazione è amplificata dalla musica scelta, il Boléro di Maurice Ravel, che ripropone costantemente lo stesso tema musicale comunicando una sempre maggiore oppressione.

AGAINandAGAINandAGAINand: l’eterno ritorno del tempo
A cura di Lorenzo Balbi con l’assistenza curatoriale di Sabrina Samorì
Istituzione Bologna Musei | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
23 gennaio – 3 maggio 2020

Cally Spooner DRAG DRAG SOLO, 2016 Single-channel projection on suspended transparent room dividing screen, without sound 11′ 20” Installation view at MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2020 Photo Enrico Parrinello Commisioned by the Centre d’Art Contemporain Genève for the 2016 edition of the Biennale de l’Image en Mouvement Courtesy the artist, gb agency, Paris and ZERO…, Milan
Luca Francesconi Senza titolo (spina di pesce), 2018 Bronze 40 x 15 cm ca. Courtesy the artist
Apostolos Georgiou Untitled, 2016 Acrylic on canvas 280 x 230 cm Courtesy the artist and Rodeo, London/Piraeus