La mostra, a cura di Gabi Scardi, presenta un significativo nucleo di opere di Adrian Paci con alcuni lavori inediti all’interno del complesso di Sant’Eustorgio a Milano (visitabile fino al 25 giugno 2017) . Il percorso espositivo si snoda nell’intero sito, dal Cimitero Paleocristiano alla Cappella Portinari fino alla Sala dell’Arciconfraternita del Museo Diocesano, mettendo a confronto i lavori dell’artista albanese di base a Milano con il contesto storico e le opere ospitate al suo interno.
Al centro dell’opera di Adrian Paci c’è la condizione umana, sempre in transito, e le dinamiche sociali del presente viste nella loro complessità: lontano dalla spettacolarizzazione, l’artista è e sempre alla ricerca dell’autenticità e della concretezza dei gesti che diventano metafore universali, capaci di cogliere la densità emotiva e simbolica del presente. Tra le opere in mostra fotografie, video, mosaici e sculture per raccontare la vita che è sempre in cambiamento, tra memoria passata e tensione futura.
In contemporanea alla mostra ai Chiostri di Sant’Eustorgio, Adrian Paci presenta, alla galleria kaufmann repetto The people are missing. La mostra presenta il frutto della ricerca più recente dell’artista: il nuovo video “Interregnum”, due installazioni ambientali e la serie fotograficaca “Malgrado tutto”.

Segue una conversazione tra Rossella Moratto, l’artista e con la curatrice Gabi Scardi —

Rossella Moratto: Come nasce questo progetto e quali sono i criteri che hanno guidato la scelta delle opere e il loro allestimento all’interno del complesso di Sant’Eustorgio?

Adrian Paci: Sono legato al Museo Diocesano perché ho conosciuto Luciano Formica. È stato un incontro importante sia dal punto di vista umano che artistico: Formica, cui sono molto legato, oltre che un collezionista è stato anche un mio sostenitore, specialmente all’inizio della mia carriera, dal 1998 al 2000. È anche una persona molto attiva all’interno di questo Museo.
Ho anche lavorato qui, quando facevo il restauratore: e stavo proprio restaurando le lunette della facciata della Chiesa di Sant’Eustorgio quando ho ricevuto la notizia della mia prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1999!

Gabi Scardi: Il progetto nasce da una conoscenza molto approfondita che Adrian ha del Museo e dalla Chiesa di Sant’Eustorgio: probabilmente già da molto tempo ha immaginato le proprie opere in questo contesto e in relazione a questo luogo. È un’antologica, le opere presentate coprono un arco molto ampio del suo percorso con l’aggiunta di tre nuovi lavori, qui esposti per la prima volta, che nascono però indipendentemente da questa occasione.
Le opere non seguono un percorso cronologico ma sono state collocate e abbinate cercando una risonanza tra loro e con il contesto, come nel caso di Malgrado tutto, uno dei lavori inediti presentati in mostra. Si tratta di fotografie di graffiti incisi sulle pareti di un antico monastero di Scutari, in Albania, la città natale di Adrian. Durante la dittatura di Enver Hoxha l’edificio era stato utilizzato come luogo di prigionia, di tortura e di esecuzione di molte persone, laici e religiosi, perché la libertà di espressione e di fede erano entrambe vietate. Questi segni incisi raccontano la necessità di espressione anche nelle situazioni più tragiche. Oggi il sito è tornato in parte alla sua destinazione originaria, il monastero, e in parte è stato trasformato in un museo. Seguendo un criterio di affinità, abbiamo allestito quest’opera nel Cimitero Paleocristiano del Diocesano, insieme al video The Guardians, che dà il titolo alla mostra. Anche questo video è stato realizzato a Scutari e racconta del cimitero cattolico della città, dismesso durante la dittatura, e allora sede di incontri clandestini. Quando, con la fine della dittatura, è stato riaperto, i bambini del vicinato si sono offerti di prendersi cura delle tombe per pochi spiccioli. Adrian ha restituito questa situazione piena di vitalità, che evidenzia questo sepolcreto come luogo di vita e riflette sulla complessità della nostra relazione con la vita e con la morte.

Rossella Moratto: Vi conoscete da molto tempo, avete collaborato altre volte in passato, com’è stata questa esperienza di lavoro?

Adrian Paci: Ci siamo conosciuti nel 2000, a Lubiana in occasione di Manifesta. Allora Gabi curava le mostre in ViaFarini. Come ti dicevo, conoscevo già lo spazio del Diocesano e quando è mi arrivata la richiesta di esporre qui avevo già qualche idea di cui ho parlato poi con Gabi che mi ha suggerito altri lavori, grazie ai quali il progetto si è completato e arricchito di varie sfaccettature. In mostra ci sono opere che vanno dal 2001 a oggi collocate tra oggetti devozionali e capolavori del passato. È un luogo con una forte memoria storica, stilisticamente e architettonicamente connotato che mette i lavori davanti a una specie di sfida.

Gabi Scardi: Tutto qui riverbera e prende un’ampiezza diversa, sia emotiva che affettiva. La nostra è stata un’esperienza di grande collaborazione, favorita dalle persone che lavorano nel Complesso di Sant’Eustorgio che ci hanno facilitato e si sono dimostrate disponibilissime.

Adrian Paci,
 Rasha, 2017, HD video, color, sound
Courtesy of the Artist, kaufmann repetto, Milano/New York and Peter Kilchmann gallery, Zurich

Adrian Paci,
 Rasha, 2017, HD video, color, sound
Courtesy of the Artist, kaufmann repetto, Milano/New York and Peter Kilchmann gallery, Zurich

Rossella Moratto: La convivenza con un contesto storico sembra naturale per opere come quelle di Adrian Paci che hanno spesso riferimenti all’arte antica e dialogano con il passato.

Gabi Scardi: Adrian è imbevuto di cultura classica e c’è sempre uno sguardo al passato nel suo lavoro. Non è la prima volta che espone in un luogo sacro: proprio a Milano, qualche anno fa, aveva presentato una Via Crucis nella chiesa di Via della Moscova.
Tracce dell’antico sono presenti anche nell’utilizzo di alcune tecniche antiche, come in Brothers, che riprende con il mosaico il fotogramma di un filmato d’archivio. La scena di un singolo attimo viene trasferita in un’altra dimensione temporale grazie all’utilizzo di questa tecnica millenaria che congela il momento fuggente dell’immagine, lo dilata temporalmente mantenendo però la freschezza del gesto ritratto. Adrian spesso traspone scene cinematografiche anche in pittura riflettendo su come l’arte, con il suo linguaggio, sia in grado di trasformare il senso delle immagini.

Adrian Paci: Ho fatto degli studi artistici fondati sull’arte classica e, anche se negli novanta il mio più grande desiderio era quello di abbandonare quei riferimenti, poi ho cercato di fare pace con questa parte della mia storia e il dialogo, anzi il contributo reciproco tra passato e presente e la tensione che si può creare in questa relazione, spesso non pacifica e non armonica, mi interessa molto. Per esempio uno dei nuovi lavori in mostra, il video Rasha è un grande ritratto in mezzo a questi dipinti settecenteschi che raffigurano anch’essi dei volti, ma è anche un lavoro che nasce da un incontro di oggi, con un volto di oggi e una storia di oggi ed è espresso con un linguaggio di oggi, il video e la videoarte. Il contemporaneo è semplicemente il mondo nel quale viviamo che è fatto di cose che portano in sé una continuità dell’essere. Mi interessano questi aspetti in cui scopro in un dettaglio delle memorie che rimandano ad altri tempi e perciò in qualche modo promettono anche un futuro. La mia idea del passato è legata a questa possibilità di resistere nel tempo e di trasformarsi.

Rossella Moratto: I due nuovi lavori video presentati qui per la prima volta– Rasha e My song in your kitchen – sono rappresentativi di questa tua attitudine: sono legati al presente ma allo stesso universali metafore della condizione umana.

Adrian Paci: Ho realizzato Rasha a Roma, in occasione di una collaborazione appena iniziata con la comunità di Sant’Egidio. Ho incontrato un gruppo di rifugiati tra i quali c’era questa donna palestinese, Rasha, che mi aveva detto subito che se cercavo una storia da raccontare lei ne aveva una e cercava qualcuno che la raccogliesse. Non volevo fare delle interviste né presentarmi come un giornalista, ma lei ha insistito tanto e ho voluto rispettare la sua urgenza. Guardando il girato dell’intervista, ho poi notato come, nei momenti di silenzio mentre aspettava che la sua storia venisse tradotta e raccontata in una lingua straniera, il suo volto mostrava espressioni non volute, che andavano al di là delle parole: c’era un accumulo di memorie, di timidezza, di voglia di articolare qualcosa che appartiene a un’esperienza di vita che, una volta raccontata, è già stata consegnata a qualcun altro. Questi silenzi esprimevano la sua storia più delle parole è come se la sua vicenda si fosse impressa nel suo volto e nel suo corpo. Quindi li ho resi protagonisti nel video, lasciando la sua voce in arabo come sottofondo, come se lei ascoltasse se stessa, prima vittima della propria esperienza, poi narratrice e infine testimone.
My song in your Kitchen è stato realizzato nell’ambito di Casa Monluè, un progetto curato da Gabi in una casa per richiedenti asilo, a Milano. Qui giovani e meno giovani vivono uno stato di attesa, una condizione di precarietà anche se non di pericolo. Mi ha colpito la grande cucina e i suoi arredi metallici che rendevano tutto freddo, impersonale e depersonalizzante, anche se è il luogo deputato al consumare il cibo, al mangiare che è un atto che porta calore umano, contatto fisico e culturale. Abbiamo notato che però gli ospiti cenavano da soli o in piccoli gruppi e così abbiamo pensato di organizzare un’occasione conviviale per creare socialità tra le persone: una cena collettiva e una specie di festa per stare insieme creando un’atmosfera diversa da quella abituale. Ho pensato a un’intrusione musicale, che sostenesse questa convivialità quasi festiva, da matrimonio albanese – un elemento che ho usato in altri lavori – e ho invitato un’orchestra di Forlì composta da musicisti italiani che suonano musica albanese. Abbiamo improvvisato una bella festa, africani e mediorientali che ballavano la musica dei Balcani suonata da italiani! Nell’opera però ho voluto raccontare questa esperienza descrivendo non soltanto la festa ma il senso di essere in quel luogo: la musica quindi entra in modo quasi assurdo nel video che è fatto prevalentemente di silenzi, rumori, attese e dettagli, di penombre e corridoi vuoti che dopo l’irruzione dei musicisti tornano ad essere quelli di ogni giorno. Ci sono anche delle scene teatrali, pur non essendo preparate: la cucina era un palcoscenico dove si sono svolti dei piccoli drammi.

Gabi Scardi: In My song in your Kitchen il canto, il suono, il cibo sono momenti di incontro tra memorie e passati differenti. Ho voluto il lavoro in mostra per il legame con i presente e con la città di Milano.

Rossella Moratto: Tra i temi ricorrenti nel lavoro di Adrian Paci ci sono il viaggio, lo spostamento e l’essere stranieri, “l’essere tra, nel mezzo”, una condizione condivisa dalla maggioranza della popolazione mondiale che viene raccontata poeticamente nella concretezza dell’esperienza personale, collettiva e domestica. Anche quando è presente il riferimento a una situazione reale, contingente, come nel caso di questi lavori, questa è in un certo qual modo sempre trasfigurata. Però spesso si dà ai suoi lavori una lettura sociale e biografica forse un po’ forzata…

Gabi Scardi: Adrian ha la capacità di parlare del presente senza mai appiattirsi sulle contingenze. Richiama l’attualità ma apre a una dimensione più ampia, trascendendo il presente: quindi dare una lettura solo sociale partendo dalla sua biografia non rende ragione della densità delle sue opere.
Home to go è un lavoro in cui Adrian, che ha personalmente sperimentato lo spostamento e la migrazione, rappresenta se stesso in scala naturale con un tetto legato sulle spalle, che simboleggia la relazione strettissima con il luogo d’origine che ci portiamo sempre appresso. La scultura, collocata nella Sacrestia Monumentale, parla dello spostamento, del viaggio ma allo stesso tempo richiama iconografie classiche e religiose, e diventa quindi una metafora molto complessa.
Nel lavoro di Adrian c’è sempre la ricerca di qualcosa di ulteriore, unita alla consapevolezza del passato che ogni gesto e ogni segno porta con sé. Non esiste la possibilità di una lettura univoca.

Adrian Paci: Il problema è come uscire dalle significazioni superficiali presenti anche nell’arte impegnata o politica.A volte non sono solo gli altri che etichettano l’opera e la limitano ma è l’artista stesso a farlo, ponendosi degli obiettivi intenzionali precisi che determinano la lettura dell’opera ma anche l’opera stessa nel suo farsi, attribuendole un significato univoco. Pur riconoscendo che l’opera deve essere frutto di un’urgenza particolare, di una necessità specifica, è molto importante allo stesso tempo l’apertura che si riesce a creare. Secondo me, non bisogna svolgere l’opera seguendo uno statement ma aprire delle potenzialità. Chi è di fronte all’opera non è semplicemente colui che riceve il messaggio ma è colui che entra in dialogo con l’opera. Anche l’artista deve interrogare l’opera nel suo farsi: Rasha, per esempio, è frutto di un dialogo tra me e la persona ripresa ma anche tra me e il girato. In quel momento è cominciato un discorso non più solo tra me e Rasha come persona ma tra me e quella che è la sua traccia video, un processo di elaborazione che è una continua messa in discussione, una riflessione più ampia che spero possa percepire anche chi la guarda. Il progetto di un’opera è una potenzialità e il lavoro è elaborare questa potenzialità sperando che qualcosa succeda.

Adrian Paci, Klodi, 2005 -  The Guardians - Installation view - Chiostri di Sant'Eustorgio, Milano 2017.

Adrian Paci, Klodi, 2005 – The Guardians – Installation view – Chiostri di Sant’Eustorgio, Milano 2017.

Adrian Paci, The Guardians - Installation view - Chiostri di Sant'Eustorgio, Milano 2017.

Adrian Paci, The Guardians – Installation view – Chiostri di Sant’Eustorgio, Milano 2017.