Installation view, Adam Gordon, New Works, ZERO…, Milano, 2020

Testo di Eleonora De Beni —

Nel bel mezzo del quartiere di Corvetto e Porto di mare (così chiamato a causa di un fallimentare tentativo di creare una nuova darsena di collegamento con il mare), dove convivono varie culture e differenti edifici post-industriali ora segnati da una dimensione abitativa, si trova la nuova sede della Galleria Zero…: un non-luogo in attesa di identità, in grado di emozionare e affascinare. Il direttore dello spazio Paolo Zani informa che “L’obiettivo è rendere disponibili all’interpretazione degli artisti le potenzialità straordinarie che hanno lo spazio in quanto tale e il contesto in cui è inserito”, e aggiunge “L’impossibilità di predeterminare un percorso formale indipendente da quella forma paradossale di dinamismo che si respira in questo posto è uno dei fattori più interessanti da tenere in considerazione per l’utilizzo del nuovo spazio”.

Al suo interno la seconda personale da Zero di Adam Gordon (Minneapolis, 1986), giovane artista multidisciplinare che ora vive a Dallas.  

Nessuna indicazione sul percorso da seguire e nessun suggerimento per la lettura dei dipinti; svincolato da qualsiasi schema, lo spettatore, una volta entrato, è travolto da una preventiva sensazione di scomodità, forse a causa della troppa libertà di movimento. È un arduo compito inquadrare le elaborazioni artistiche di Gordon. Egli preserva un’attitudine apparentemente complessa nei confronti di ciò che gli sta intorno, non dà giudizi né fornisce punti di arrivo, mira più che altro a modellare un tessuto emozionale ed esperienziale. “Dopo tutto credo ci sia una ragione per cui voglio che le persone sperimentino le mie opere sole con i loro pensieri. Il modo in cui si entra in uno spazio e poi si passa allo spazio successivo è per me molto importante” dice Adam Gordon. “Al contrario, non mi interessa la pura superficie visiva del lavoro, la sua epidermide. Ci sono cose oltre i muri. Ci sono cose che non si possono vedere e che suscitano reazioni inconsce o subliminali”.

Installation view, Adam Gordon, New Works, ZERO…, Milano, 2020

Attraversando lo spazio, si avverte una costante componente sessuale, a tratti violenta, inquietante, quasi paralizzante. I meravigliosi dipinti che si incontrano muovendosi sui due piani della galleria raffigurano figure femminili iperrealistiche e allungate, timide, immobili, giudicanti e allo stesso tempo impaurite, turbate. L’atmosfera è densa: le donne ritratte posano composte e spiccano per la loro grandezza innaturale. Sembra quasi che siano realmente state nella galleria. Dimostrano una particolare capacità di innescare interazioni forzate, creando un collegamento visivo con chi le osserva, in grado di raggiungere le parti più intime, segrete e buie di ognuno. Osservano, scrutano, chiedono aiuto, nascondono qualcosa, rassicurano, rincorrono e sembrano voler cogliere ogni emozione per tracciare assieme, l’una con l’altra, l’una spalleggiata dall’altra, l’identikit del visitatore, sopraffatto dall’equivoco desiderio di rendersi radicalmente vulnerabile.
All’ingresso, sulla destra, a dimostrazione dell’innata precisione tecnica dell’artista, un ritratto di Reagan con revers classico, cravatta rossa e riga a destra d’ordinanza, mentre esorta il segretario generale Gorbačëv ad abbattere il muro di Berlino durante il celebre discorso alla Porta di Brandeburgo.

L’arte del giovane americano è senz’altro molesta e incantevole. Ci sono momenti in cui Gordon riesce a sembrare dispotico e manipolatore con i suoi dipinti: non riesci a uscire dalla stanza. Sarà per costrizione o per volontà?

Fino al 18 luglio 2020

Installation view, Adam Gordon, New Works, ZERO…, Milano, 2020
Installation view, Adam Gordon, New Works, ZERO…, Milano, 2020