Ron, Terada, Have you seen this Kitten?
 
Kris Martin, Life After Death
  Ryan Gander, Let’s make this happen
 
Jouzas Laivys, A single-use camera containing a film which is not yet fully exposed
Untitled (tree top project), Meriç Algün Ringborg
Yasmine, Pierre Bismuth
Jonathan Monk, Meeting #99 

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Una doppia ripetizione che afferma uno dei tanti misteri che hanno percorso la storia dell’arte: quando un opera puo’ dirsi completa e quando no? Il giovane curatore Adam Carr raccoglie nella sua mostra ‘AN INCOMPLETE HISTORY OF INCOMPLETE WORKS OF ART’ - alla Galleria Francesca Minini – una serie di opere che raccontano o esprimono questo abissale concetto. Ragionando su come molte opere d’arte contemporanea sono ‘complete’ solo con l’interazione del pubblico – e nello specifico la figura del collezionista – o sono incompleta per la natura del concetto che esprimono, la mostra si sviluppa come una sorta di gioco fatto di stazioni, dove, per ogni lavoro, bisogno indovinare o capirne la logica che lo sottende.  Non mancano anche concetti ‘saltimbanco’ dove il curatore piroetta tra completare l’incompleto e lasciare incompleto il completato. Lo stesso concetto di mostra, sembra chiosare Carr, è un meccanismo  incompleto perchè è impossibile racchiudere nel ‘piccolo’ spazio di un’esposizione ‘tutte’ le opere, in quanto ci sarà sempre un opera che manca perchè irreperibile o, appunto, incompleta. La lista degli artisti è ottima: da Ghada Amer a Ryan Gander, da Claire Fontaine a Jonathan Monk. Nessun italiano…
Alcune opere e il loro ‘funzionamento: Ninan Beier espone una serie di opere in cui fotografa delle fotografie di pubblicità sbiadite dalla luce del sole. Pierre Bismuth copre delle immagini di donne nude con delle silouette di abiti. L’artista berlinese Christian Burnoski espone un palloncino – da confiare ogni 5 giorni –  fermato da terra da una pietra. L’altezza dell’opera corrisponde all’altezza dell’artista.  Il lavoro di Ryan Gander, ‘Let’s make this happen’ rappresenta un puzzle di 1800 pezzi parzialmente assemblato. All’interno della cornice  di questo lavoro sono stati accumulati anche tutti i pezzi avanzati. Agli spettatori è data la libertà di ricomporre i pezzi e completare  il disegno mentalmente. Il lituano Jouzas Laivys, espone un macchina fotografica usa-e-getta con all’interno una pellica utilizztaa a metà e mai sviluppata.   Quasi macabra l’opera di Kris Martin. Still after death consiste in un ‘certificato’ in cui una volta comprata, l’opera garantisce al proprietario la vita dopo la morte. L’opera si completa dunque solo dopo aver scritto il nome del proprietario nel ‘certificato’. La grande scritta di Jonathan Monk invece, è un invito ad incontrarlo in un dato luogo in una certa ora. Questo intervento fa parte di una lunga serie, ‘Meeting’, composta – per esistere – da ben 3 elementi: il testo dell’invito, l’incontro prestabilito e il ricordo dell’incontro.
Meritevole la ricerca del curatore che, in modo certosino, ha cercato e trovato delle opere ad hoc per corroborare il suo concetto. Nulla toglie che alcune opere risultino un po’ troppo ‘giocose’ e/o ‘intelligenti’, perdendo di fascino e mistero. Artisti in mosta:Meriç Algün Ringborg, Ghada Amer, Nina Beier, Pierre Bismuth, Liudvikas Buklys, Christian Burnoski, Claire Fontaine, Ryan Gander, Juozas Laivys, Sol LeWitt, Nina Beier and Marie Lund, Kris Martin, Simon Dybbroe Møller, Jonathan Monk, Alek O., Dan Rees, Mandla Reuter, Ron Terada, Mario Garcia Torres.

An Incomplete History of Incomplete Works of Art, 2012 – Curated by Adam Carr
Exhibition view at Francesca Minini, Milan

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