Sabato scorso 15 dicembre, lo spazio Monotono Contemporary Art di Vicenza ha ospitato   THANK YOU FOR THE CHRISTMAS, concerto del CORO EL VAJO.
Per l’evento è stata edita una fanzine speciale, con un testo di Angela Vettese, ‘Storie di Lupi’.

Storie di lupi 

Una leggenda cherokee narra che un nonno dice al nipote: “Ci sono due lupi dentro di noi. Uno è affamato di invidia, dolore e rimpianto. L’altro è goloso di scoperte, felicità, conoscenza. Vive tra i due quello che nutri di più.”

La storia di Cappuccetto Rosso ci racconta di una ragazza che attraversa una selva e incontra un lupo che finirà per mangiare la nonna. Ma un cacciatore, una persona esperta del bosco e quindi della vita, riesce a uccidere il lupo e a far tornare alla luce la nonna e con lei la relazione affettiva che la legava alla bambina.

Il Libro della Giungla parla dei lupi come di un mondo armonico, nel quale la gerarchia è costruita sulla base del valore e del coraggio, disposti a prendersi cura anche di cuccioli d’uomo.

La cultura popolare ci racconta, sovente in poche parole o in un canto, quello che la cultura colta impiega tempo e spazio per decifrare. Naturalmente è importante esaminare leggende, fiabe e narrazioni in maniera analitica, cercando i legami profondi che li legano alla nostra psicologia e ricercando le ragioni della loro efficacia.

Resta il fatto che essi sono efficaci. Un canto corale con pochissime parole, spesso con una dose molto alta di improvvisazione vocale, parla di un sentimento comunitario in maniera codificata, antica, sempre uguale a se stessa perché – come succede alla preparazione di certi cibi che viene tramandata da secoli – sono perfetti nella loro base e per questo capaci anche di adattarsi al momento, al luogo, al rito e alla comunità che li adotta volta per volta.

Le manifestazioni artistiche più elaborate partono spesso da questi fondamenti per darne una versione più sofisticata. Più la versione si complica, più si lega a un tempo storico preciso e perde flessibilità.

La storia del cigno nero è stata trasformata in un balletto e in svariate teorie economiche. Più la si rende articolata, meno si presta a spiegare le situazioni generali. Come nella strategia militare, più si semplifica e si concentra, più si è forti. Più si articola la propria posizione, più vasto è il territorio che si conquista.

Non dovremmo, però, pensare che la cultura popolare sia semplicemente un modo facile per comunicare concetti e modi di vivere già rodati. In effetti dentro a certi proverbi, a certi testi, a certe storie che ci vengono ripetute fin da piccoli, sono andati a finire pezzi di filosofia (come il platonismo dentro ai Tarocchi e alle carte da gioco regionali) o conoscenze approfondite della natura (come quando si dice che chi nasce tondo non può morire quadro, sottolineando la resistenza del vivente a cambiare le strategie di sopravvivenza).

Una ninna nanna conferisce una voce al neonato prima che questo possa averla, raccontando il suo stesso spavento di fronte a un possibile abbandono. Per parlarne ci vuole sia la lettura psicoanalitica di Melanie Klein, sia la cantilena di “Questo bimbo a chi lo do, glielo do all’uomo nero che lo tiene un anno intero”.

Come i vasi nella figura allegorica che descrive la temperanza, le due maniere di parlare e di pensare entrano una nell’altra di continuo, si attraversano, si scaldano e si fortificano a vicenda.

Angela Vettese


Foto del Coro el Vajo di Adamaria Giammarino

STORIES OF WOLVES

According to a Cherokee legend, a grandfather tells his grandson: “There are two wolves inside of us. One is hungry for envy, pain and regret. The other is yearning for discoveries, happiness, knowledge. The one you feed more will live more.”

Little Red Riding Hood tells about a girl who goes through a forest and meets a wolf, which will end up eating grandma. But a hunter, someone who is expert about the forest and therefore about life, succeeds in killing the wolf and bring grandma back to the light of day, and with her the emotional bond she had with the little girl.

The Jungle Book talks about wolves as if of a harmonious world whose hierarchy is based on valour and courage, ready to even look after a man cub.

The traditional culture, often in few words or in a song, tells what the high culture needs time and space to decode. Of course it is important to read legends, fairy tales and narratives in an analytical way, looking for their deeper bonds with our psychology and searching for the reasons of their effectiveness.

Anyway, they are effective. A choral song with very few words, often largely improvised, talks about a community feeling in a coded, ancient manner, always and still the same because – just like the preparation of certain dishes, which has been passed on for centuries – it is perfect in its basis, and thus also capable to adapt to the moment, the place, the ritual and the community adopting it each time.

The most complex art expressions often start from these foundations to provide a more sophisticated version. The more the version gets complicated, the more it binds itself to a precise historical moment, thus losing flexibility.

The tale of the black swan has been transformed into a ballet and into various economical theories. The more it gets articulated, the less it is liable to explain general situations. As in military strategy, the more you simplify and concentrate, the stronger you are. The more you enlarge the territory you want to conquer, the more you scatter your strength.

But we shouldn’t think that the traditional cultural is just an easy way to communicate already established concepts and lifestyles. In fact, some sayings, some texts, some tales we have been told since we were little, is where bits of philosophy (like Platonism inside the Tarots and regional playing cards) or deeper knowledge of nature (like when you say that who was born a circle cannot die a square, stressing the resistance of the living against changing survival strategies) have ended up.

A lullaby gives voice to the newborn before it can have one, telling about its own dread in front of a possible abandonment. To talk about it you both need Melanie Klein’s psychoanalytic reading and the jingle which goes “Who will I give this baby to? If I give him to the bogeyman, for a whole year he’ll keep him”.

Like the cups in the allegory describing Temperance, these two ways to talk and think constantly flow one into the other, mixing, heating and strengthening one another.

Angela Vettese