• 8.1.1.1, veduta della mostra alla Fondazione SoutHeritage / Pavilion Viceconte – Matera, ph Niccolò Duni — Courtesy Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea
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  • 8.1.1.1, veduta della mostra alla Fondazione SoutHeritage / Pavilion Viceconte – Matera, ph Niccolò Duni — Courtesy Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea
  • 8.1.1.1, veduta della mostra alla Fondazione SoutHeritage / Pavilion Viceconte – Matera, ph Niccolò Duni — Courtesy Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea
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La Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea apre le porte di un luogo chiuso da più di cinquant’anni e lo fa portando in scena grandi nomi del panorama artistico internazionale. Il titolo? È ancora da decidere.

Intervista al direttore artistico della fondazione Angelo Bianco

ATP Diary: La Fondazione ha da sempre un’identità nomade, attraverso le mostre e gli eventi ha riscoperto e riaperto spazi non sempre fruibili al pubblico. La novità di quest’anno è che SoutHeritage ha un luogo proprio, una dimora per l’arte contemporanea nel centro di Matera. Cosa vi ha affascinato di questa location tanto da sceglierla come sede?

Angelo Bianco: Il progetto, come ben dici, nasce dal concept fondativo della SoutHeritage come “fondazione espansa” o nomade, che nei suoi anni di attività itinerante sul territorio lucano, ha ideato e proposto percorsi espositivi per attualizzare in chiave contemporanea significativi spazi del patrimonio architettonico della Basilicata. Insomma, un’operazione particolare in termini di apparato espositivo in un momento storico in cui è ampio il dibattito sui luoghi dedicati all’arte del presente, intesi sempre più come spazi di progettazione e di sperimentazione piuttosto che semplici contenitori. Una modalità, questa, che ci ha permesso di creare non solo progetti culturali o mostre, ma vere e proprie “eterotopie” e “eterocronie”, cioè luoghi che mettono in comunicazione spazi diversi, in cui i tempi si sovrappongono.
Questa location ci è apparsa uno spazio ideale, un dispositivo per una programmazione in cui lo stesso territorio, e l’architettura, non sono semplicemente località geografica e contesto espositivo, ma diventano essi stessi mezzi espressivi e soggetto/oggetto del programma culturale.
La scelta di “fermarci” in questo nuovo “padiglione”, facente parte di un complesso edilizio del XVI-XVIII secolo di grande fascino ubicato nel cuore dei Rioni Sassi (Palazzo Viceconte), è dovuta principalmente ai cambiamenti e alle necessità generati dalla mutazione dell’immagine della città, oggi Capitale Europea della Cultura 2019. La stanzialità, vista l’importanza di questo appuntamento, è funzionale dunque ad una maggiore flessibilità organizzativa e di implementazione dei progetti culturali calendarizzati dalla fondazione. 

ATP: L’apertura dello spazio coincide con una mostra collettiva il cui titolo, 8 artisti, 1 titolo da dare, 1 luogo da scoprire, 1 posto dove parlare dell’arte, sembra non essere ancora stato deciso. Come e da chi sarà stabilito?

AB: In un’ottica di community curation il titolo (come esperienza artistica e creativa), sarà stabilito dagli spettatori, dai visitatori, dai fruitori, dagli utenti, dai partecipanti e sarà comunicato a fine mostra.
Hai notato quanti termini usiamo noi addetti ai lavori per descrivere il pubblico della cultura? Raramente usiamo il temine “persone”, nonostante oggi si parli tanto di audience development. Anche la stessa Unione Europea nei suoi indirizzi generali per la cultura pone questo elemento come obiettivo da perseguire per contrastare limiti e fragilità dei settori culturali. In questo quadro, la fondazione fin dalla sua nascita, essendo una fondazione d’impresa, si è posta il problema della propria “rilevanza sociale” con una approfondita riflessione sulla propria social responsability che si è concretizzata negli anni nel prestare grande attenzione all’analisi della società e del contesto in cui si opera, alla qualità della comunicazione, alla mediazione dei contenuti e al potenziale educativo e trasformativo che l’arte e la cultura contemporanea possono rappresentare. Così, la mostra 8.1.1.1, in un’ottica di critica culturale più che di critica d’arte, è un progetto che vuole riflettere sul “formato mostra” come organizzazione di un contesto di esperienza informativa per il pubblico, esperienza che può essere acuita anche fruendo di un programma di incontri denominato “Le (d)istanze del pubblico”, in cui una serie di attività di mediazione e coinvolgimento dei visitatori, vede protagonisti artisti, filosofi, critici, ricercatori, scrittori, attori, coreografi, i quali intervengono inventando delle traiettorie personali, dei metodi e degli strumenti adatti ad approfondire alcuni aspetti fondamentali delle opere in rassegna e dare un titolo alla mostra con la partecipazione del pubblico. A completamento del progetto espositivo un apparato di didascalie ragionate (provviste anche di hashtag e mention) e fogli di sala, arricchiscono e accompagnano il visitatore nell’offerta informativa, promuovendo così una maggiore comprensione dell’arte e un rapporto con un pubblico che necessita di essere documentato sui linguaggi del contemporaneo.

ATP: Parliamo di artisti: Marina Abramovic, Anonimo pittore (ambito meridionale seconda metà del sec. XVIII), Neal Beggs, Cyprien Gaillard, Ignoto scultore meridionale (XVII sec. ?), Francesco Marino di Teana, Tracey Moffatt e Pino Settanni sono i protagonisti di questo primo evento. Qual è il rapporto dialogico tra le opere esposte?

AB: Da curatore quale non sono, la mostra non ha una chiave curatoriale per la quale le opere vengono raggruppate secondo affinità formali, concettuali o critiche. L’obiettivo non è quello di immergere il visitatore in un contesto da interpretare, ma è quello di informare. Il pubblico, alla ricerca di esperienze estetiche ricollegate alla sua cultura e al suo immaginario forgiato dal cinema, dalla televisione e da internet, con la mostra 8.1.1.1 può vedere appagato in parte, il proprio desiderio di informazione e documentazione su alcuni aspetti dell’ ”incomprensibile Arte Contemporanea”. Per fare ciò la mostra si stacca da categorie tradizionali per palesare come pezzi diversi, usciti dalle loro collezioni di appartenenza, possano rispondere a raggruppamenti di opere connessi ai temi più attuali. Al di là della storia lineare dell’arte, le opere in mostra sono infatti riunite oltre che per la loro capacità di evocazione e di suggestione in grado di parlare un proprio linguaggio, anche e soprattutto per il loro medium espressivo. Infatti, i lavori esposti, attraverso un concetto di campionatura di alcune forme di visualizzazione alla base di numerose produzioni artistiche contemporanee (video, disegno, pittura, installazione, performance, fotografia, …), hanno permesso la strutturazione di una mostra non solo intesa come ostensione di opere e riflessione sui vari linguaggi, ma soprattutto come esperienza di autoformazione del pubblico che rimanda ad una visione più aperta e consapevole della proposta culturale. Con la rinuncia curatoriale a stabilire un metodo di lettura univoco e predefinito che cerca connessioni tematiche, stilistiche o cronologiche tra i lavori in mostra, il progetto espositivo si presenta come una piattaforma che, partendo da alcune opere-testimonianza già rubricate e storicizzate, diventa il terreno collettivo per promuovere una maggiore comprensione dell’arte e un rapporto con un pubblico che necessita di essere documentato sui linguaggi del contemporaneo. Attraverso questa giustapposizione di opere eterogenee e estranee l’una all’altra per origini, stili e motivazioni culturali, la mostra e la storia dell’arte, sono intesi come pretesto per una serie di conversazioni pubbliche, per aprire un dialogo sull’ ”osservazione partecipante”, per stimolare la crescita collettiva e discutere sulla cultura artistica contemporanea, poiché non c’è un pubblico specifico dell’arte contemporanea, siamo tutti pubblico in quanto contemporanei.

8-1-1-1-veduta-della-mostra-alla-fondazione-southeritage-pavilion-viceconte-matera-ph-niccolo-duni-courtesy-fondazione-southeritage-per-larte-contemporanea

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ATP: La Fondazione lavora da anni a Matera, e in generale nel territorio lucano, anche quando questa città non era ancora la Capitale della Cultura Europea 2019. Cosa significa, oggi, occuparsi di pratiche artistiche contemporanee in un luogo così radicato nella storia antica e riconosciuto soprattutto per le sue origini arcaiche?

AB: La Fondazione SoutHeritage è la naturale evoluzione di un impegno e un’attenzione per la cultura contemporanea e il territorio che dura da più di cinquant’anni e che caratterizza Bgreen (www.bgreen.it), la Società Agricola che sostiene le attività della fondazione. La scelta d’implementare una fondazione vocata al contemporaneo a sud e a Matera nasce su queste basi, ne sollecita la crescita e ne suggerisce la programmazione.
I circa dieci anni di attività non sono stati sempre facili. Creare un’istituzione di questi tipo partendo da zero ha richiesto uno sforzo immenso che è stato ripagato non solo dalla fiducia degli spettatori, il cui numero è cresciuto costantemente, ma anche dal riconoscimento che oggi SoutHeritage può vantare. E’ impagabile la soddisfazione di aver portato artisti di altissimo calibro nella nostra regione, spesso con progetti specifici ad hoc, ed essere una realtà produttrice di cultura oltre che punto di riferimento e catalizzatore dell’arte in Basilicata.
Ovviamente il Sud ha i suoi problemi nella gestione delle cose ma è anche un luogo unico per estro e creatività. Matera infatti è sì città storica (la cui storia parte dal neolitico), ma anche città di linguaggi sperimentali che attraverso i secoli ha visto il territorio essere una grande fabbrica di sperimentazione (basti pensare alla “Matera olivettiana” divenuta un vero e proprio laboratorio per quanto riguarda l’Architettura Moderna. Architetti del calibro di Piccinato, Aymonino, De Carlo, Quaroni, hanno realizzato interi quartieri che hanno segnato la storia dell’architettura italiana e dell’urbanistica internazionale). Perciò possiamo affermare che la sperimentazione nella città di Matera è stata “sempre di casa”. Certo il ruolo pionieristico della Fondazione SoutHeritage non è stato e non è semplice, ma in poco tempo attorno alla fondazione si sono catalizzati gli interessi di una vasta community sparsa in un bacino territoriale che va dalla Puglia alla Campania, dalla Calabria alla Basilicata. Una community che ha voglia di cultura e contemporaneità, che ha voglia di relazionarsi con il resto d’Italia e dell’Europa. Certamente manca il dibattito culturale o il network di città più grandi, ma sono nate e stanno nascendo progetti e nuove realtà propositive (“A Cielo Aperto”, “BAR – Basilicata art residency”, “Art about …” ) dove le idee cominciano fortunatamente a non rimanere circoscritte in un ambito ristretto e provinciale. Molti sono i giovani che frequentano gli eventi culturali SoutHeritage, che incominciano a confrontarsi con un’arte nuova. Per risultati di più ampio respiro ci vorranno decenni, al fine di poter valutare se questo tipo di azioni nel futuro avranno una legacy importante … comunque è un processo di crescita collettiva.

ATP: Oltre alle esposizioni la Fondazione SoutHeritage promuove giornate culturali con esperti, laboratori, progetti in un’ottica di scambio e collaborazione. Quali sono i prossimi appuntamenti?

AB: La specificità della storia e della posizione geografica di Matera ci offre quotidianamente un terreno più che fertile per una piattaforma di discussioni e idee fra regionalismo e globalità. Proprio partendo da queste basi ogni anno costruiamo un calendario di progetti che tiene conto di questo confronto proponendo l’alternanza di programmi dedicati alla nuova creatività, alle espressioni più rappresentative e all’informazione per i linguaggi creativi del presente. Con questo spirito cerchiamo di portare in Basilicata il meglio dell’arte contemporanea e in particolare di mostrare ciò che altrimenti- senza la fondazione SoutHeritage – non si vedrebbe. Quindi tendiamo spesso a scegliere artisti stranieri – non per esterofila – ma perché vogliamo portare nel territorio ciò che manca. I prossimi appuntamenti della fondazione sono con le attività dei laboratori del Maverick Campus , il nostro prototipo di infrastruttura di ricerca, formazione e co-progettazione artistica pluridisciplinare, sviluppato in partnership con MUDAM – The Grand Duke Jean Museum of Modern Art, Lussemburgo; VOLUME – What You See Is What You Hear, Parigi; DiCEM – Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo dell’ Università degli Studi della Basilicata; ART TODAY – Center for contemporary art, Plovdiv; Archiviazioni – Arte e progettazione nella sfera pubblica.
Un progetto caratterizzato da una dimensione processuale che pone al centro delle sue attività lo studio della relazione tra pratiche artistiche, territorialità e sfera pubblica.
Per rimanere in tema di partecipazione, diffusione e formazione, il 21 ottobre invece, Lisa Parola del collettivo a.titolo, presenterà il progetto RES.Ò e il volume Working Geographies RES.O’ International Art Residency Program.
Nella stessa occasione, i visitatori potranno interagire con l’installazione in situ di Paola Anziché, una degli artisti che hanno partecipato al progetto.
Il 2017 lo inauguriamo invece all’insegna della creatività regionale con la sesta edizione di INDEX – repertorio d’arte contemporanea in Basilicata, progetto ideato e coordinato da Lucia Ghidoni.

ATP: Insomma, un calendario ricco! Ma alla fine, cosa sta alla base della concezione di una realtà come la Fondazione SoutHeritage?

AB: Trovo ancora non superata una definizione del curatore David Thorp: “Mi aspetto da un’istituzione artistica del XXI secolo che sia flessibile, sincera, democratica, contraddittoria e audace. Splendida quando e ricca, eroica quando non ha denaro. Deve avere la testa fra le nuvole e i piedi per terra. Mi aspetto che essa ami gli artisti e si prenda cura del pubblico!”

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