Exhibition view at Sala Trenker, Biennale Gherdëina 7. Ph. T.Sorvillo L.Guadagnini
Exhibition view at Sala Trenker, Biennale Gherdëina 7. Ph. T.Sorvillo L.Guadagnini

Ci sono due temi che emergono da “- a breath? a name? – the ways of worldmaking”,titolo della 7°edizione della Biennale Gherdëina, a cura di Adam Budak (in corso fino al 20 ottobre). Uno è strettamente legato al drammatico momento che stiamo vivendo a causa del Covid-19, ossia l’atto di respirare, mentre l’altro sembra affondare le sue radici nella notte dei tempi, l’atto di nominare.
Tanto si è speculato sugli effetti, palesi o celati, che ci lascerà la pandemia, tanto che una Biennale come questa, inaugurata nel periodo successivo al lockdown, non poteva non riflettere non tanto sulla malattia in sé, bensì sulla consapevolezza dell’importanza di ‘respirare’. In una recente intervista che abbiamo fatto al curatore, spiegava: “La prima parte del titolo: “ – a breath? a name? – ” proviene da una poesia intitolata “Tabernacle Window” (da “Die Niemandsrose”, raccolta di poesie del 1963) del poeta nato in Romania e di lingua tedesca Paul Celan (1920-1970). Ho riletto questa poesia durante la pandemia, nel periodo che coincideva con i drammatici eventi di violenza a sfondo razziale avvenuti negli Stati Uniti. Entrambi i casi, collegati alla crisi respiratoria, hanno sottolineato l’importanza e la precarietà del respirare e dell’atto in sé che è l’essenza della vita. “I can’t breathe”, pronunciato senza speranza da George Floyd, è diventato un simbolo di resistenza; qui il respiro indica la morte e lo sfinimento, e rappresenta la chiusura del ciclo della vita.”
Citare un episodio tragico della storia recente, non fa altro che rinvigorire un concetto tanto basilare quanto essenziale: l’atto del respirare diventa, simbolicamente, un’azione attiva di esistere, di continuità del ciclo biologico,  dell’essere umano e della natura stessa. Da qui l’apertura delle tematiche delle Biennale verso la riflessione sul vernacolare e su un momento particolare della nostra vita sociale, politica e culturale; emerge dai ragionamenti di Budak, la necessità di farci tutori  del principio della Responsabilità. “Tale principio stabilisce le misure per le nostre vite e comportamenti come ‘homo faber – fabbricanti del mondo’, e aumenta la consapevolezza del nostro posto qui e ora, in mezzo agli altri, a ciò che ci circonda e verso il futuro.”


Habima Fuchs, Five Elements, 2020. Mural. Courtesy of the artist. Ph. T.Sorvillo L.Guadagnini
Henrik Håkansson, A Tree Mirrored (Pinus Cembra), 2020. Installation. Courtesy of the artist and Galleria Franco Noero, Torino. Ph. T.Sorvillo L.Guadagnini
Hans Josephsohn, Installation view at Biennale Gherdëina 7. Courtesy of the Kesselhaus-Josephsohn, St. Gallen. Ph. T.Sorvillo L.Guadagnini

Altro tema decisivo della Biennale è quello che ruota attorno all’atto di nominare. Da sempre l’uomo ha speculato sull’azione di nominare – ‘dare nome alle cose’ – tante che nel periodo antico la supposizione comune che le parole umane fossero espressione verbale del pensiero e questo immagine delle cose. La teoria speculare del linguaggio aveva avuto nella filosofia antica (soprattutto in Platone, nel Cratilo, considerato il primo testo di linguistica e di filosofia del linguaggio del nostro Occidente) delle spiegazioni molto plausibili. I filosofi si muovevano nel convincimento che le parole (i nomi) fossero specchio delle idee e avessero la semplice funzione di comunicare il pensiero e di indicare la realtà da questo riflessa. La “langue” – l’aspetto sociale del linguaggio, il sistema che è comune a tutti –  è una creazione storica ed antropologica, ed è il risultato dell’uso del linguaggio da parte di una determinata società in un determinato momento della storia. Budak, sembra partire da queste basi per mettere a fuoco come l’atto del nominare, essendo la legge comune che governa la comunicazione, il comprendersi,  è prima di tutto un patto sociale, un terreno di condivisione per iniziare un processo attivo di “creazione del mondo”.
Spiega che per questa edizione, “viene approfondita la complessità del linguaggio vernacolare, con un’attenzione speciale alla continuità e alla persistenza della tradizione, il suo necessario farsi e disfarsi così come il suo potenziale trasformativo.”

Il curatore ha strutturato la biennale in tre capitoli sulla sociologia dell’incontro e la strategia della pluralità che costituiranno il nucleo della realizzazione di nuovi mondi: ecology of others – sul rilancio della relazionalità (secondo la riflessione di Philippe Descola in merito al legame natura-cultura); in praise of hands – sull’arte del tatto (ispirato al sogno dello storico dell’arte Henri Focillon sull’autonomia dell’arte rispetto ai materiali, alle tecniche e ai segni); e infine the cloud of possibles – sulla diffusione dell’entusiasmo e sul potere della differenziazione (facendo riferimento a quello che il sociologo e filosofo Maurizio Lazzarato definisce “il passaggio da un rapporto capitale-lavoro a uno capitale-vita”).

Josef Dabernig, Cinema of Worldmaking, 2020. Installation view at Hotel Ladinia, Ortisei. Biennale Gherdëina 7. Courtesy of the artist. Ph. Tiberio Sorvillo
LangBaumann, Beautiful Steps #17, 2020. Paint. 2.3 x 8.6 m. Ph. LB
Maria Papadimitriou, Disco for one, 2020. Installation. Biennale Gherdëina 7. Courtesy of the artist. T.Sorvillo L.Guadagnini

Una particolare della Biennale Gherdëina è l’essere una manifestazione all’aperto negli spazi pubblici di Ortisei in Val Gardena, e nello spazio espositivo Sala Trenker, così come in vari altri luoghi della città, tra cui l’Hotel Ladina ormai dismesso che ospita il progetto “Cinema of Worldmaking” dell’artista austriaco Josef Dabernig (con il contributo, tra gli altri, di Adrian Paci, Korakrit Arunanondchai, Matthew C. Wilson, Sharon Lockhart, Mariana Calo e Francisco Queimadela, Marco A. Castillo, e Gabriele Mathes).
Altro luogo singolare è la terrazza panoramica del Pilat che ospita “Sculpture Forest Sanctuary” dell’artista tedesca Antje Majewski con la partecipazione di Cecilia Edefalk, Agnieszka Brzeżańska, Paweł Althamer, Paweł Freisler, Gregor Prugger e Alioune Diouf, e il tableau vivant delle “Dee slave” dell’artista polacca Paulina Ołowska.
Questa edizione coinvolge anche alcuni paesi vicini, tra cui il comune di Selva, dove l’artista svedese Henrik Håkansson ha allestito il suo progetto site-specific “A Tree Mirrored (Pinus Cembra)”.

Il curatore ha più volte ribadito come in questa Biennale, a cui partecipano più di 30 artisti di varie generazioni e che provengono da tutto il mondo, si concentrano principalmente sulla scultura e l’installazione, ma molti di loro Biennale abbraccia tutti i media, compresa la performance, l’evento effimero, il cinema, la pittura e il disegno. La maggior parte delle opere in mostra sono state realizzate in situ, utilizzando l’artigianato locale e ispirandosi al luogo, alla tradizione culturale e al contesto socio-politico.

Marcello Maloberti, LE MONTAGNE SONO I DENTI DI DIO (from Martellate. Scritti Fighi, 1990-2020), 2020. Courtesy of the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan. Ph. Tiberio Sorvillo
Marcello Maloberti (from Martellate. Scritti Fighi, 1990-2020. Courtesy of the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan). Biennale Gherdëina 7. Ph. Tiberio Sorvillo
Sculpture Forest Sanctuary, Project by Antje Majewski and others. Exhibition view at Hotel Ladinia, Biennale Gherdëina 7. All works courtesy of the artists. Ph. Tiberio Sorvillo
Paulina Ołowska, “Slavic Goddesses and the Ushers”, at Teatro Pilat, Ortisei. Opening Biennale Gherdëina 7, 2020. Ph. Tiberio Sorvillo
Paulina Ołowska, “Slavic Goddesses and the Ushers”, at Teatro Pilat, Ortisei. Opening Biennale Gherdëina 7, 2020. Ph. Tiberio Sorvillo