Quinta e ultima domanda ai cinque curatori – Stefano Collicelli Cagol, Francesco Garutti, Ilaria Gianni, Vincenzo Latronico e Filipa Ramos – del Premio Furla. In attesa di scoprire ‘il primo classificato’, le riflessione dei curatori proprio sul senso (e l’appropriatezza) di ‘fare classifiche’. Ovvio, da non confondere con ‘fare selezione’.

L’appuntamento per l’inaugurazione della mostra dei 5 artisti artisti selezionati – Tomaso De Luca, Chiara Fumai, Invernomuto, Davide Stucchi e Diego Tonus – è a Bologna, all’Ex Ospedale degli Innocenti, venerdì 25 gennaio.

Segnatevi anche altri due appuntamenti: ad ArteFiera, all’interno del padiglione fieristico (Sala Melodia), venerdì 25 gennaio dalle 11.30 alle 13.00, i cinque finalisti saranno al centro di una tavola rotonda dedicata alla creatività emergente.

Sabato dalle 10 alle 12, in occasione di Festa Mobile – a cura di Davide Ferri e Antonio Grulli – ci sarà una colazione “ad alta voce” e dedicata al Premio Furla che coinvolge, oltre ai 5 curatori del Premio Furla, anche altre personalità. Dove? Der Standard, Via Santa Croce 16/c, Bologna

In relazione alla vostra esperienza, non vi sembra sbagliato fare le classifiche? 

Stefano Collicelli Cagol: Fare classifiche di artisti non è solo sbagliato ma inutile, vista la soggettività dei parametri utilizzati. Non penso poi che il Premio Furla possa essere associato a una classifica. Non è un caso che a nominare i cinque artisti siano principalmente dei curatori e non degli storici dell’arte o dei critici. O per lo meno, questa è la modalità con cui io e Bart abbiamo affrontato il premio. In una mostra un curatore seleziona gli artisti in base a una progettualità che risponde ai parametri dati dal contesto istituzionale in cui opera. Con Bart abbiamo operato una selezione tra possibili candidati rispetto a una serie di riflessioni da noi fatte sul sistema dell’arte nel presente. Non una scelta di gusto quindi ma di progettualità. Il curatore non lavora sempre con gli stessi artisti, e la pratica curatoriale non deve essere letta come uno stilare classifiche ma come un processo di selezione operato attraverso una progettualità. Penso sia questa la chiave di lettura per il Premio Furla, non una classifica ma il frutto di un intenso dialogo tra due curatori di diversa provenienza e una rosa di artisti incontrati nel corso del field trip italiano che hanno dato vita alla nomina di un candidato. Non direi neanche che la nomina di un vincitore finale da parte di una giuria internazionale indichi che il Premio Furla possa essere letto come una classifica.

Francesco Garutti: E’ giusto che uno degli artisti abbia l’occasione di essere supportato nella produzione di un lavoro, di un progetto di ricerca, e possa fare l’esperienza di un programma di residenza internazionale. Quindi giusto ci sia un riconoscimento per il vincitore e visibilità per i finalisti. Da alcuni anni il Furla è caratterizzato dalla residenza all’estero come atto finale del suo processo; un dato che gioca un ruolo importante anche nelle definizione del finalista. Insieme a Yann Chateigné-Tytelman abbiamo incontrato e visitato artisti già ospiti di programmi di residenza fuori dai confini nazionali e persino autori non particolarmente interessati ad iniziare un’esperienza di questo tipo. In questo senso la possibilità di scegliere un artista, un corpus di opere promettenti, in fase di trasformazione e dalle grandi potenzialità, ci ha guidato più dell’intenzione di scegliere una pratica forse un po’ più consolidata, ma meno capace di muoversi, modificarsi, assorbire e parlare forte del presente.

Ilaria Gianni: Non sono un amante delle classifiche e non ho vissuto l’esperienza del Premio Furla come lo sviluppo di un the best of, né come una competizione, ma come un momento di studio, responsabilità e scelta. In fondo siamo posti dinnanzi alle scelte che riteniamo più adatte in ogni momento della nostra vita, e nella nostra professione, ogni qualvolta ci rivolgiamo al pubblico: sia esso quello di una mostra da noi curata, il lettore di un testo da noi redatto o di una rivista da noi diretta. I contenuti, in tutti i casi, sono frutto di un ragionamento che mettiamo in atto basandoci su criteri di conoscenza, approfondimento critico specifico e interesse. Quando un artista non è incluso in una mostra o selezionato per un focus su una rivista di settore, significa che è meno bravo, meno interessante? Non ho mai ragionato in questo modo. Sono un’ottimista e credo fermamente che quando vi è qualità e competenza non ci sia ansia di essere presenti nelle “classifiche”. Nonostante il premio Furla, così come è strutturato oggi, preveda una selezione – che ripeto non è altro che una scelta che rispecchia la riflessione sulla produzione visiva in un momento storico, filtrato da cinque sguardi e accompagnato da un processo di studio, ricerca, condivisione e scambio – nessuno di noi credo lo abbia vissuto come l’elaborazione di una graduatoria. Dover scegliere un unico artista tra i tanti – bravissimi – visitati è stato un compito molto ingrato e credo ci possano sicuramente essere modi alternativi di ragionare sull’idea di premio. In un momento di difficoltà per il sistema culturale (tutto), forse investire le poche risorse su un unico artista potrebbe non essere la sola soluzione. Sarebbe interessante distribuire in maniera più ampia i mezzi e le forze messe in campo dalla Fondazione Furla, dando magari, a più artisti italiani la possibilità di sviluppare un progetto di ricerca e un confronto in una scena internazionale. Si fa sempre in tempo ad aprire un dibattito sulle potenziali direzioni del Premio. Per ora, considerando le poche opportunità offerte dal nostro paese, questa esistente mi sembra ad ogni modo una occasione propizia  e un programma condotto con serietà.

Vincenzo Latronico: Più che sbagliato, è incongruo, un po’ privo di senso, a ben pensarci; ma al contempo è un espediente necessario, non solo per la struttura economica del premio, ma in moltissimi contesti. Fra me e me, più che come una “classifica”, me la spiegavo in un altro modo. Supponi di essere in una città per lavoro; hai finito i tuoi impegni e hai il treno fra un paio d’ore, tempo appena di prendere un tram, andare a vedere una mostra e correre in stazione. Ma quale? Ce ne sono parecchie di interessanti. Ecco, io, fra quelle probabilmente sarei andato a vedere quella di Diego Tonus.

Filipa Ramos: Ho già espresso quello che penso riguardo la questione delle classiche nella risposta alla prima domanda. LINK