Potreste descrivere l’esperienza degli studio visit?

Stefano Collicelli Cagol: Considerata l’elevata qualità della loro ricerca, gli artisti che abbiamo incontrato erano tutti dei possibili candidati. La scelta finale è stata dettata unicamente da una particolare sintonia, rispetto a possibili modi di fare la differenza oggi, nata dall’incontro di tre personalità differenti.

Francesco Garutti: Dopo una prima selezione, abbiamo deciso di incontrare una seconda volta alcuni degli artisti precedentemente visitati, organizzando una conversazione collettiva durante la quale è stato possibile confrontarci su alcuni temi centrali che la loro pratica artistica e l’esistenza stessa del Premio ponevano: qual è il ruolo svolto dall’arte all’interno della scena culturale italiana? Quale l’identità dell’artista oggi? Attraverso quali meccanismi una pratica emergente può relazionarsi al sistema? Abbiamo voluto trasformare l’esperienza dello studio visit in un dialogo collettivo, finalizzato a indagare un repertorio di racconti – comuni e discordanti, legati al sistema dell’arte, ma non solo – che un gruppo di emergenti artisti italiani si sta ponendo oggi.

Ilaria Gianni: Ciò che ci ha colpito è stata la generosità, la professionalità, l’entusiasmo e l’impegno che hanno contraddistinto ciascuno degli artisti che abbiamo visitato. Abbiamo evitato di impostare l’incontro verticalmente e dunque di trasformare lo studio visit in un’interrogazione. Il nostro desiderio era, piuttosto, quello di stimolare una serie di conversazioni che potessero condurci nel dettaglio di ogni singola ricerca. Non c’è stato un incontro che non si sia rivelato un’esperienza sorprendente e un autentico momento di scambio. È stato molto interessante capire come ogni artista imposti in maniera differente il dialogo con il proprio lavoro.

Vincenzo Latronico: Indubbiamente gli studio visit sono stati la parte più ricca e sorprendente del processo di ricognizione; alcune delle conversazioni che abbiamo avuto mi sono rimaste impresse tanto da farmi rimpiangere che non ne sia rimasta traccia. È stato difficile e strano, a volte, trovarmi a scavalcare con disinvoltura la barricata fra produttore e critico – io che da romanziere sono così abituato a stare dall’altra parte, e risento il genere di domanda intrusiva (“cosa intendevi?”, ecc) che pure è inevitabile, o quasi, in quel frangente. Non so se questo mi abbia dato, nelle studio visit, il tatto di chi è stato sull’altra sponda, o invece la spigliatezza frenetica del neo-convertito. Probabilmente, un po’ di entrambe. In generale, devo dire che ho trovato qualcosa di allarmante nell’omogenea naturalezza del formato dello studio visit, nella sua dimensione implicitamente autoritaria, e nel fatto che tale dimensione (la forma dell’interrogatorio, seppur stemperata) veniva accettata quasi senza problemi da chiunque. Ma in genere, quella dimensione sfumava dopo i primi dieci-venti minuti di discussione, che è come dire che il castello è sempre cinto da un fossato brulicante di alligatori. Ma quegli alligatori, certo, sono le condizioni economiche di contorno: e quindi sono ovunque: e quindi è come se non ci fossero. O quasi. 

Filipa Ramos: È stato meraviglioso che così tante persone volessero incontrarci, per raccontarci dei loro progetti e delle loro idee. Gli studio visit ci hanno lasciato ricordi bellissimi e divertenti: prendere il tè con un’assolutamente affascinante Alek O. in avanzato stato di gravidanza; visitare l’incredibile studio di Ludovica Carbotta ricavato all’interno di un vecchio mulino fuori Torino; essere attaccate dal clan di moscerini che vivono nello studio di Nicola Pecoraro, solo per citarne alcuni. In effetti, c’è un certo grado di assurdità nell’affrontare un consistente numero di viaggi per essere invitati a guardare, una volta arrivati a destinazione, un portfolio digitale sullo schermo di un computer, e ciò che rimane delle nostre visite sono le esperienze dirette, dal vivo, e i momenti di scambio.

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Could you describe the experience of the studio visit?

Stefano Collicelli Cagol: Considering the high quality of their work, the artists we met with were all possible candidates. The final choice was dictated only by a particular sense of connection, compared to all the possible ways of making a difference today, which grew out of the encounter between three different personalities.

Fracesco Garutti: After an initial selection, we decided to meet for a second time with some of the artists we had visited, organizing a group conversation in which we got to discuss certain key themes brought up by their artistic practice and by the very existence of the Prize: what role does art play within the cultural scene? What kind of figure can artists identify with today? Through what mechanisms can an emerging practice interact with the system? We wanted to turn the experience of the studio visit into a collective dialogue, aimed at exploring a range of stories – some shared, some differing; connected to the art system, but other things as well – that a group of Italian artists, some of the country’s most interesting, is dealing with today.

Ilaria Gianni: We were struck by the generosity, professionalism, enthusiasm and commitment that characterized each of the artists we visited. We avoided setting up the meeting in a vertical way, trying to keep the studio visit from turning into an interrogation. What we wanted, instead, was to foster a series of conversations that would delve into the details of each path of research. There was not a single encounter that did not turn out to be a surprising experience and a genuine moment of exchange. It was very interesting to see how every artist structures the dialogue with his or her work in a different way.

Vincenzo Latronico: The studio visits were unquestionably the richest, most surprising part of the scouting process, and some of the conversations we had made such a deep impression on me that I’m sorry no record of them has remained. There may have been something disturbing about the uniform naturalness of the studio visit format, in its implicitly authoritarian dimension; but generally, that side of it faded away after the first ten or twenty minutes of discussion, which is like saying that the castle is always surrounded by a moat full of alligators. Those alligators, of course, are the surrounding economic conditions, and so they’re everywhere: and so it’s as if they weren’t there at all. Or almost.

Filipa Ramos: It was wonderful that so many people wanted to meet us, to tell us about their projects and their ideas. We have wonderful, entertaining memories of the studio visits: having tea with an absolutely fascinating Alek O. in an advanced stage of pregnancy; visiting Ludovica Carbotta’s incredible studio in a renovated mill near Turin; being attacked by the swarm of gnats that inhabits Nicola Pecoraro’s studio, just to name a few. You have to admit there’s something a bit absurd about making quite a few trips just to be invited to look, once we got there, at a digital portfolio on a computer screen, and what remains of our visits are the direct, face-to-face experiences, and the moments of exchange.