• Koo Jeong - A, 4.3.3, 2016, installation view of the exhibition at pinksummer photo credit Rokma, courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A Enigma of beginning, 2016 93 false diamonds enivironmental installation Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 13, 2016 phosphorescent paint on papier mache 5 x 25 x 20 cm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A, 10, 2016 840 magnets 14 x 14 x 25,4 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 10, 2016 840 magnets 14 x 14 x 25,4 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 9, 2016 drawing on paper 63 x 75 cm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 8, 2016 2 magnets, 1 metal nail magnets 100 x 150 x 50 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 8, 2016 2 magnets, 1 metal nail magnets 100 x 150 x 50 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 7, 2016 72 magnets 14 mm diameter / 2 mm thick Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 5, 2016 400 magnets 14 x 14 x 14mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 5, 2016 400 magnets 14 x 14 x 14mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 4, 2016 48 magnets 48 x 18 x 4 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 4, 2016 48 magnets 48 x 18 x 4 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 1, 2016 27 magnets 75 x 50 x 20 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova
  • Koo Jeong A 1, 2016 27 magnets 75 x 50 x 20 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova

Testo di Andrea Balestrero

L’opera più convenzionalmente interessante della mostra di Koo Jeong A da Pinksummer è quella che dà il titolo alla mostra “4.3.3”, un modellino bianco, realizzato in stampa 3d, di una nave con un sentiero: “Mi piacerebbe trasformare una petroliera in una destinazione culturale, e similmente che l’OPEC indebolita fosse rimpiazzata da un evento culturale” ci informa l’autrice. Il progetto si lega ad una riflessione sugli studi dell’antropologo statunitense Roy Wagner sui “culti del cargo”. Questi culti, sviluppatisi tra le popolazioni delle isole dell’oceano pacifico in seguito alle occupazioni da parte di militari giapponesi e statunitensi durante la seconda guerra mondiale, si basavano sull’allestimento e la messa in scena rituale delle operazioni di atterraggio dei trasporti militari, per invocarne il ritorno e con essi quello dei prodotti che trasportavano, esauritisi con la fine del tempo di guerra. In particolare la riflessione di Wagner che interessa all’artista riguarda il significato profondo della cultura e la sua relazione con le merci, in rapporto al diverso e più profondo valore che queste assumono all’interno di civiltà che non si basano su una concezione materialista della vita.

Non ne sappiamo molto di più. L’oggetto in questione che non occupa una posizione centrale all’interno della mostra, ma è ospitato nell’ufficio della galleria, in questo senso appare più come una scultura che come un vero e proprio progetto. In particolare non sappiamo che cosa sia esattamente, come potrebbe essere costruito e a cosa servirebbe il sentiero che appare come un nastro sospeso nell’aria, né chi gestirebbe, che tipo di programma avrebbe e su quali rotte si muoverebbe questo fantomatico centro culturale itinerante, ma l’idea, pur non del tutto nuova, è suggestiva. Nello spazio principale la mostra presenta una serie di piccole sculture nere, costituite da assemblaggi di magneti che assumono per lo più l’aspetto di modellini di strutture architettoniche minimaliste. Su una parete vi è poi un’installazione costituita da una costellazione formata da brillantini incollati al muro. Completano la mostra alcuni piccoli pannelli rettangolari di cartapesta, trattati con una sostanza fluorescente e posizionati in maniera inconsueta (in cima a un muro, appoggiati a una finestra, in un angolo) in modo da passare inosservati, salvo guadagnare importanza in caso venga spenta la luce.

Complessivamente non vi è nulla che possa risultare antiestetico ad uno sguardo contemporaneo, ma niente in questa mostra è concesso alla piacevolezza. Al visitatore è invece richiesto uno sforzo per spostare il livello dell’attenzione: per individuare piccoli scarti dalla norma e imprecisioni nelle sculture, per individuare i brillantini incastonati nella parete bianca, seguendo un disegno che è servito per collocarli, ma che non è dato né appare necessario ricostruire, per trovare opere messe troppo in alto o troppo in basso per essere fruite adeguatamente. Allo stesso tempo i lavori dell’artista coreana presuppongono lo svolgimento di un processo, volutamente non del tutto o per nulla sotto controllo. Diverse persone possono contribuire alla costruzione delle opere sulla base di istruzioni precise; la luce carica di energia la vernice che la restituisce una volta al buio; le sculture necessitano un processo di montaggio che è reso complicato dalla combinazione dalle polarità dei magneti di cui sono composte, ecc. Gli stessi materiali (brillantini, vernice fluorescente e magneti in questo caso) ricorrono con insistenza in altri progetti, a scale diverse e mai in maniera preconfezionata. In un certo senso è come se l’artista mettesse in piedi degli esperimenti, predisposti minuziosamente, ma senza formulare delle ipotesi e senza voler dimostrare nulla, solo per vedere che cosa succede.

Il fisico e premio Nobel statunitense Richard Feynman, in una sua famosa conferenza del 1974, prese anch’egli a riferimento i culti del cargo per coniare l’espressione “cargo cult science”, riferita a tutte quelle pratiche che pretendono di essere scientifiche senza basarsi su un metodo realmente scientifico (che consiste in sostanza nel rendere pubbliche tutte le informazioni che possano permettere di giudicare il proprio contributo, non solo quelle in grado di orientare il giudizio in una direzione specifica). Lo scienziato, nel condannare tutte queste forme di disonestà intellettuale e nel perorare la causa dell’integrità scientifica, ammonisce anche i ricercatori rispetto al rischio di prendere in giro se stessi, per il desiderio di veder dimostrate le proprie ipotesi.

Esperimenti del tipo di quelli messi in pratica da Koo Jeong A mi pare che non corrano questo pericolo, perché partono da presupposti agli antipodi con quelli di ogni scienza e proprio in questo sta il loro valore. Qui ci muoviamo in un contesto in cui, non possedendo una mentalità orientale, le spiegazioni, anche quando ci sono, non spiegano apparentemente nulla e al visitatore, oltre allo sforzo di cui abbiamo parlato, può essere richiesto anche un atto di fede per farsi coinvolgere dall’essenza dei lavori.

Koo Jeong A 6, 2016 1590 magnets 13 x 13 x 10 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova

Koo Jeong A 6, 2016 1590 magnets 13 x 13 x 10 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova

Koo Jeong A 4.3.3, 2015 3D print boat with a path 55 x 9 x 10 cm Edition of 3 + 2AP photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova

Koo Jeong A 4.3.3, 2015 3D print boat with a path 55 x 9 x 10 cm Edition of 3 + 2AP photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova

Koo Jeong A 8, 2016 2 magnets, 1 metal nail magnets 100 x 150 x 50 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova

Koo Jeong A 8, 2016 2 magnets, 1 metal nail magnets 100 x 150 x 50 mm Unique photo credit Rokma courtesy pinksummer, Genova