Moving Tales - Racconti in Movimento. Collezione La Gaia, Cuneo - Foto © Maurizio Elia e Matteo Borzone - Installation view

Moving Tales – Racconti in Movimento. Collezione La Gaia, Cuneo – Foto © Maurizio Elia e Matteo Borzone – Installation view

In un complesso architettonico medievale nel centro di Cuneo, ovvero l’ormai sconsacrata Chiesa  medievale di San Francesco, è in corso fino al 28 agosto 2016 una mostra che include 30 opere video di alcuni tra i più importanti e interessanti video-artisti tutte appartenenti alla Collezione La Gaia, di proprietà di Bruna e Matteo Viglietta. L’allestimento è curato da Eva Brioschi (leggi l’intervista): sono state occupate la navata centrale, le due navate laterali, le 7 cappelle laterali, nonché lo spazio prospiciente l’altare maggiore e questo stesso. Il risultato è un percorso molto piacevole, che accompagna il lettore e sa offrire con intelligente successione ogni opera-video, offrendola come riposante punto di pausa in un unico percorso di scoperta.

La scelta delle opere da esibire è stata determinata, anzitutto, da caratteristiche tecniche: non sono state scelte pellicole, a causa del loro facile deterioramento, nemmeno opere che richiedono specifiche condizioni espositive (di luce, di insonorizzazione, di pavimentazione,…). La navata centrale, inoltre, ha voluto essere il luogo dove promuovere un contatto diretto tra spettatore e opera, attraverso video riprodotti in piccoli televisori, con una singola seduta ed un solo paio di cuffie. Le due navate laterali presentano grandi schermi appesi al soffitto che consentono la visione a un numero maggiore di spettatori. Le cappelle laterali presentano, infine, delle vere e proprie installazioni, contenute nello spazio architettonico a cupola, che consente anche la ricaduta del suono a pioggia sugli stanti. Il ritmo che assume l’intera mostra è scandito dallo spettatore stesso che la fruisce: è il tempo del camminamento, individuale e introspettivo.

Lo spettatore è accolto dall’opera Factory (2003) di Chen Chen-Jen, una serie di lunghi piani sequenza dove delle ex operaie riprendono possesso, come fantasmi, dei loro vecchi strumenti di lavoro, all’interno di quella che era stata la fabbrica dove passavano le giornate nel boom economico di Taiwan, negli anni ’60. Di fronte a questo si trova Turn on (2004) di Adrian Paci, in cui vengono ripresi i volti e le mani di otto uomini disoccupati, che Paci ha selezionato tra quelli che di mattina si recano nel centro di Scutari a cercare qualche ora di lavoro. Il tutto avviene nel crepuscolo, in cui poi i protagonisti azionano dei generatori di corrente, facendo quindi accendere delle lampadine e dei motori a scoppio, di cui si avverte il rumore: l’energia è quindi il perno centrale, intorno a cui si diramano riflessioni sull’energia elettrica (che va e viene in Albania, terra d’origine dell’artista) e sull’energia come forza vitale. L’altra navata laterale, invece, ospita Stromboli (2002) di Marina Abramovic, consistente in un unico close-up sul volto dell’artista, mentre è distesa sulla battima sabbiosa del mare di Sicilia: è la rappresentazione di un abbraccio delicato tra uomo e natura e, insieme, la sottintesa consapevolezza che le onde, ora bambine e morbide, possono altresì divenire forza distruttrice e nemica dell’uomo. Di fronte a questo si trova invece un lavoro di Ana Mendieta. La navata centrale accoglie ben 16 sedute con altrettanti video, sia muti sia sonori. Ci sono Ad hoc (1982/2000) di Anna Maria Maiolino, in cui l’inquadratura è fissa su un paio di mani maschili che gesticolano, passando da un ritmo più pacato ad uno convulso, come se seguissero un discorso mai compiuto (l’audio non riproduce una voce comprensibile, ma un groviglio polifonico); l’iper-poetico (è finalmente il caso di usare questa parola) Tracce (2002) di Ugo Giletta, in cui un uomo ed una donna che giocano sul bagna-asciuga del mare, ritmati quasi dall’ebrezza salata, sono accompagnati dalla voce calda di Alda Merini in La carne e il sospiro: «Incolori e indomiti, siamo soli / nel limbo del nostro piacere / perché io e te / siamo pieni di amore carnale…». C’è anche il celebre Quien puede borrar las huellas? (2003) di Regina José Galindo, in cui si vede l’artista percorrere la strada che separa la Corte Costituzionale di Ciudad de Guatemala dall’ingresso del Palazzo Nazionale, intingendosi i piedi ripetutamente in un catino colmo di sangue umano, lasciando quindi l’impronta dei suoi piedi durante il percorso. Tutto è un atto di protesta contro la candidatura dell’ex dittatore Efraín Ríos Montt, che vede invece Galindo come testimone della resistenza personale e collettiva, ma anche alfiere dei diritti d libertà d’espressione, d’uguaglianza e di sicurezza, tutto filtrato dal suo stesso corpo. Oppure si incontra Ad occhi aperti (2001) di Marzia Migliora, in cui c’è un primo piano degli occhi dell’artista, aperti nello sforzo di guardare la luce, mentre l’audio riproduce la conta dei secondi di resistenza, come se si desse testimonianza di una prova fisica, di autodisciplina, di attesa, di controllo del proprio copro. La sfida è contro se stessi, la forza è ancora in se stessi, il mantra autodeterminante lo creiamo noi stessi e l’autodisciplina è l’unica nostra regola. Qui si trovano anche opere di Rosemarie Trockel e Santiago Sierra. Al centro della Chiesa è situata un’opera di Douglas Gordon, mentre all’estrema destra, dove c’è il portale maggiore, si trova The soul of Tammi Terrel (2001) di Jonathan Horowitz, video che riflette sull’antinomia realtà-finzione e morte-vita. Dal lato opposto, in prossimità dell’altare, c’è l’installazione multicanale Babel series (1999) di Candice Breitz, dove 7 schermi mettono in scena il loop tratto da altrettanti cantanti pop tra i più famosi in tutto il mondo, ciascuno chiuso nella ripetizione di un singolo monosillabo di una loro canzone, facendo della loro immagine iper riconoscibile un momento di estraniazione totale. Di fianco a questo c’è Zeno writing (2002) di William Kentridge, in cui, tramite il mescolamento di disegno animato, film d’archivio e teatro delle ombre, nella volontà di reinterpretare il flusso di coscienza dello Zeno di Svevo. In ultimo, si trovano i sei lavori presenti ognuno nelle cappelle situate dal lato opposto rispetto all’entrata. Qui si trovano l’opera di Gary Hill, in cui indaga il rapporto tra immagine digitale e linguaggio; l’animazione in 3D di Jordan Wolfson; il filmato di Joan Jonas mentre parla con la sua ombra; la riproduzione del volto di Bas Jan Ader, colto in un dolore acuto. Poi Victor Alimpiev e Bill Viola. Il primo realizza un video in cui delle ragazzine sedute in una classe scolastica tamburellano i banchi con le dita delle mani, guidate da una presenza invisibile, una sorta di atipico direttore d’orchestra. Il tutto è intervallato dall’intrusione di fragorose nubi coinvolte in un temporale, come un set teatrale di una narrazione collettiva. Del secondo, invece, è esposto uno dei tableaux-vivents che Viola ha realizzato nel ciclo di rappresentazione delle passioni umane per il Getty Research Institute: qui un’attrice (in slow motion) inscena un pianto iper emotivo.

Artisti in mostra: Marina Abramovic, Bas Jan Ader, Victor Alimpiev, Pierre Bismuth, Candice Breitz, Mircea Cantor, Chen Chieh-jen, Rä Di Martino, Valie Export, Regina José Galindo, Ugo Giletta, Douglas Gordon, Ion Grigorescu, Gary Hill, María Teresa Hincapié, Jonathan Horowitz, Alfredo Jaar, Joan Jonas, William E. Jones, William Kentridge, Anna Maria Maiolino, Ana Mendieta, Marzia Migliora, Adrian Paci, Ene-Liis Semper, Santiago Sierra, Rosemarie Trockel, Bill Viola, Ryszard Wasko, Jordan Wolfson.

Moving Tales - Racconti in Movimento. Collezione La Gaia, Cuneo - Foto © Maurizio Elia e Matteo Borzone - Installation view

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