Questa è la prima di cinque domande che i curatori invitati alla nona edizione del Premio Furla  Stefano Collicelli Cagol, Francesco Garutti, Ilaria Gianni, Vincenzo Latronico, Filipa Ramos – sono stati invitati a rispondere.*

In che modo il Premio Furla si colloca all’interno della scena artistica contemporanea italiana? 

Stefano Collicelli Cagol:  L’originalità del Premio Furla consiste nel rendere possibile l’incontro tra un artista italiano, o che lavora in Italia, un curatore o un critico italiano, o che lavora in Italia, e un curatore europeo, o che lavora in Europa. Un premio nazionale che promuove la cultura europeista è una contraddizione necessaria di cui il nostro paese non può più fare a meno. Oggi l’Europa offre occasioni di crescita, intellettuale e professionale, fino a pochi anni fa impensabili. Con il Premio Furla, l’arte italiana ha la possibilità di farsi conoscere all’estero e aprirsi a un confronto critico inedito.

Francesco Garutti: A mio modo di vedere, il Furla mette in gioco due variabili decisamente interessanti nella formulazione di un premio per l’arte emergente: spazio e tempo. L’idea di un viaggio attraverso l’Italia e la possibilità di trascorrere un periodo lungo con ogni artista. Una strategia esplorativa di questo tipo è un’occasione preziosa. Non solo per poter incontrare o scoprire pratiche e lavori promettenti e di qualità, ma anche e soprattutto per poter riconoscere e accostare temi, questioni e problemi sui quali una generazione emergente sta lavorando. La visione sinottica delle loro opere come strumento cruciale per capire cosa gli artisti stanno raccontando al mondo, al di là delle logiche interne al sistema dell’arte. In questo senso il premio Furla è – e potrebbe essere ancor di più – un dispositivo culturale unico in Italia.

Ilaria Gianni: Com’è noto, le politiche culturali in Italia non si sono mai prodigate nel sostenere la ricerca artistica contemporanea. La nostra storia ci insegna quanto sia stata, nella maggior parte dei casi, l’iniziativa privata a patrocinare e valorizzare la produzione culturale italiana, sopperendo alle lacune dello stato. Il Premio Furla, radicato oggi in modo incisivo sul territorio italiano, dà agli artisti l’opportunità di mettere in discussione e definire la propria ricerca, in una fase critica di transizione e di crescita. Oltre al programma di residenza e al progetto espositivo, a essere originale è la modalità operativa stessa del Premio, volta a trasformare una molteplicità di voci attive nel panorama delle arti visive contemporanee in un potenziale coro. Non si tratta di un’operazione promozionale finalizzata a un’eventuale “esportazione”, ma di una condivisione di saperi e conoscenze.

Vincenzo Latronico:  È ambiguo. Il Premio Furla è la soluzione – privata – alla quasi totale assenza in Italia di un riconoscimento istituzionale – pubblico – del lavoro di un artista agli inizi del suo percorso. Eppure, per certi versi, dell’istituzionalità il Premio Furla eredita la componente più astratta, la dimensione nazionale. Questa è una finzione, poiché in ogni altro aspetto della vita di un giovane artista oggi (formazione, poetica, mercato) la logica del diritto di sangue e di suolo è quasi del tutto assente. Come si posiziona, quindi, il Premio Furla nel “sistema italiano”? Forse curiosamente, dentro. Poi, certo, è difficile immaginare un modo diverso di concepire un premio: ma forse è perché non ci si prova abbastanza.

Filipa Ramos: Più che pensare all’attuale posizionamento del Premio Furla all’interno della scena artistica contemporanea italiana, credo sia interessante provare a immaginare il suo futuro, dal momento che stiamo vivendo in un periodo storico nel quale il dibattito sovranazionale non è più un bisogno, ma un dato di fatto, e le pratiche collaborative si stanno sostituendo a quelle improntate alla pura competitività. Sarebbe interessante dare a tutti gli artisti selezionati – senza che vi sia un vincitore – l’opportunità di ideare un progetto espositivo presso un’istituzione internazionale: questo renderebbe il Premio Furla un riconoscimento chiave di riferimento sia in Italia che all’estero.

* Tanta parte di queste risposte e di quelle che seguiranno in queste settimane su ATP sono pubblicate nel catalogo bilingue (italiano, inglese), dedicato ai finalisti della nona edizione del Premio Furla. Edito da Mousse Publishing

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How dows the Furla Prize fit into the contemporary art scene in Italy?

Stefano Collicelli Cagol: The unique thing about the Furla Prize is that it helps bring together an Italian or Italy-based artist, an Italian or Italy-based curator or critic, and a European or Europe-based curator. A national award that promotes Europe-oriented culture is a necessary contradiction that our country can’t do without. Nowadays, Europe offers opportunities for intellectual and professional growth that were unthinkable until just a few years ago. The Furla Prize helps Italian art gain visibility abroad and be enriched by an innovative critical dialogue. 

Francesco Garutti: The way I see it, the Furla Prize introduces two variables that are very interesting for the formulation of a prize aimed at emerging art: the idea of traveling through Italy and the chance to spend a considerable period of time with the artists.

Ilaria Gianni: As is known, Italy’s cultural policies have never been lavish in supporting research in the contemporary visual art field. History proves that for the most part, it has been private initiative sponsoring and promoting Italian cultural activity, making up for the shortcomings of the state. The Furla Prize, which has laid down firm roots throughout the country, gives artists the opportunity to question their practice and outline their research at a critical stage of transition and development. In addition to the residency program and the exhibition project, what is unique about the Prize is the method it employs, aimed at turning a variety of voices active in the field of contemporary visual art into a potential chorus. It’s not a promotional operation geared toward potential “exportation” so much as a way of pooling knowledge and expertise.

Vincenzo Latronico: It’s ambiguous. The Furla Prize is a response – from the private sector – to the almost total absence in Italy of any institutional form of recognition – from the public sector – for the work of artists at the beginning of their career. And yet, in some ways, the Furla Prize inherits the most abstract component of the institutional sphere, its national dimension. This is make-believe, because in every other aspect of a young artist’s life today (education, stylistic influences, the market) there’s almost no sense of identification by nationality or birthplace. And so how does the Furla Prize fit in with the “Italian system” today? Curiously enough, perhaps, it fits right inside.

Filipa Ramos: Rather than thinking about how the Furla Prize currently fits into the contemporary Italian art scene, I think it’s interesting to try to imagine its future, since we’re living at a time in history when supranational debate is no longer a need, but a fact, and collaborative approaches are replacing practices centered on pure competition. It would be interesting to give all the selected artists the opportunity to develop an exhibition project at an international institution, without there ever being a winner: that would make the Furla Prize a pioneering model both in Italy and abroad.